Associazione mafiosa, estorsioni anche agli avvocati: scacco al clan Di Silvio

Un sistema messo in piedi dal nucleo della famiglia capeggiato da Armando detto "Lallà". Pronunciare il nome dei Di Silvio era già un'intimidazione

Estorsioni a tappeto, per le quali spesso non c’era neanche più bisogno di usare platealmente la violenza, tanto le vittime erano assoggettate alla potenza del clan. E’ questo il segnale più preoccupante, secondo il procuratore della Dda Michele Prestipino, che emerge dall'operazione Alba Pontina: indice del controllo radicale del territorio e di un’egemonia  incontrastata.

I nomi degli arrestati

Il cuore del sistema

Al vertice del clan Armando Di Silvio, detto “Lallà”, al quale viene contestata l’associazione di stampo mafioso, in grado di “terrorizzare il tessuto economico della città”. Insieme a lui a gestire gli affari di famiglia un gruppo ristretto, considerato il cuore del sistema, composto da Agostino Riccardo, Ferdinando, Gianluca e Samuele Di Silvio e anche Renato Pugliese, già oggetto di indagine e poi diventato collaboratore di giustizia.

Il procuratore della Dda Prestipino: "A Latina mafia autoctona"

Estorsioni a commercianti e avvocati

E’ il nucleo principale della famiglia ad occuparsi dell’organizzazione degli affari, della pianificazione accurata delle strategie e del business e della gestione dirette delle estorsioni, i cui proventi finivano nelle casse della famiglia e servivano ainvestire in affari, pagare gli avvocati degli arrestati e sostenere le famiglie dei carcerati, secondo la perfetta modalità mafiosa. Il resto venivano diviso tra i sodali. Ma c’è una categoria nuova tra le vittime del clan, quella degli avvocati, alcuni dei quali hanno ricevuto la visita dei membri della famiglia nei loro studi legali. “Un fatto che ha creato un grosso allarme – spiega il procuratore Michele Prestipino Giarritta – Molti professionisti si sono rivolti agli organi di loro rappresentanza e sono stati ascoltati nel corso delle indagini”. Si tratta, come spiegano gli investigatori, di estorsioni a tappeto, con una serialità che il dirigente della squadra mobile di Latina Carmine Mosca definisce uno “stillicidio” per le singole vittime. L’obiettivo del gruppo era che pagassero tutti. E per questo la famiglia non trascurava neanche situazioni e casi apparentemente meno importanti ma in grado di costruire, pezzo dopo pezzo, l’egemonia e la potenza del clan. Il nome dei Di Silvio rappresenta di per sé un’intimidazione. E a volte bastava anche solo pronunciare quel nome per ottenere obbedienza, senza necessità di ricorrere a forme plateali di violenza. Del “recupero crediti” si occupava Agostino Riccardo in persona, ma per le vittime più difficili da convincere si faceva accompagnare dai membri della famiglia, più facilmente riconoscibili come rom. In pochi hanno denunciati e chi lo ha fatto in qualche caso ha ritrattato. Il culmine del sistema estorsivo messo in piedi dai Di Silvio ha riguardato proprio gli avvocati, tanto che da costringere l’Ordine provinciale a inviare una lettera a tutti gli iscritti invitandoli a collaborare con le forze di polizia.

Il video dell'operazione: gli arrestati escono dalla Questura

I rapporti con i casalesi

Una vittima di estorsione aveva tentato di farsi difendere da un casalese. Dalle intercettazioni telefoniche finite negli atti di indagine, questa è stata la risposta del clan pontino: “Vieni pure a latina ma qui comandiamo a noi e ci devi portare i soldi”.

Lo spaccio di cocaina a Latina

Altro fiorente affare era naturalmente la droga, tutta ma in particolare la cocaina. Il gruppo contattava i fornitori e concordava quantità e prezzo ma al momento della consegna arrivava a rubare le partite di stupefacenti e a scappare. “Lo hanno fatto di fronte a gruppi criminali di spessore – spiega il capo della squadra mobile di Latina Carmine Mosca – come i clan campani, quelli dei rom di Roma e gli albanesi”. Questi metodi avevano rapidamente quadruplicato gli introiti nel settore. Nei livelli più bassi della gerarchia criminale ci sono poi i soldati dello spaccio, coloro che per conto della famglia si occupano della vendita al dettaglio sulle piazze di Latina, nella zona dei pub a Latina scalo e in altre zone di periferia. Nelle indagini finiscono decine e decine di cessioni di stupefacente, che avvenivano anche nella casa di Armando Di Silvio, aperta a qualunque ora del giorno e della notte per i tossici. Era la moglie Sabina De Rosa a gestire l’attività insieme al marito, alternativa al capo in tutto e per tutto. Ed era lei a confezionare, insieme alle altre donne del clan le dosi da vendere, trasformando, quando necessario, l’abitazione in un market della droga.

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