IL DOSSIER - Braccianti indiani dopati per lavorare nei campi

La denuncia dell'associazione "In Migrazione" che ha presentato il dossier "Doparsi per lavorare come schiavi" che racconta le condizioni di vita dei braccianti indiani sikh a lavoro nell'agro pontino

Lavorano nei campi per dodici ore al giorno, dalla mattina all’alba alla sera al tramonto; 12 ore trascorse a raccogliere ortaggi, seminare, piantumare per una misera paga di 4 euro l’ora. Un lavoro usurante che li impegna sette giorni su sette, sotto il sole come sotto la pioggia, vittime di vessazioni e violenze.

Una condizione che spesso li costringe, per sopportare ritmi di vita massacranti e disumani, ad assumere sostanze dopanti e antidolorifiche per non sentire il dolore e la fatica, per non smettere di lavorare e correre il rischio di essere mandati via dai padroni.  Una pratica che va anche contro la loro cultura.

È la condizione dei braccianti indiani sikh nella zona agricola in provincia di Latina, da Sabaudia a San Felice Circeo, raccontata e denunciata dall’associazione In Migrazione nel rapporto “Doparsi per lavorare come schiavi" presentato questa mattina a Latina.

Un rapporto, nato dal racconto degli stessi braccianti, che denuncia la preoccupazione della comunità sikh per questi segnali "della nuova frontiera dello sfruttamento connesso al doparsi per sopravvivere nei campi. Un'iniezione di sostanze stupefacenti mai vissuta nella comunità, con un contesto di sfruttamento che incentiva la diffusione di doping, per alcuni braccianti vissuta come un farmaco salva-vita".

Quella dell'agro pontino, si legge nel rapporto di In Migrazione, è la seconda comunità sikh d'Italia per dimensioni e rilievo - secondo le stime della Cgil arriva a contare ufficialmente circa 12mila persone, sebbene sia immaginabile un numero complessivo intorno alle 30mila presenze -. La richiesta di forza-lavoro non qualificata e facilmente reperibile da impiegare come braccianti nella coltivazione delle campagne ha, infatti, incentivato la migrazione e convinto molti sikh a stabilizzarsi nelle provincia di Latina.

"Noi sfruttati e non possiamo dire a padrone ora basta - racconta un bracciante nelle testimonianze raccolte nel dossier -, perché lui manda via. Allora alcuni indiani pagano per piccola sostanza per non sentire dolore a braccia, a gambe e schiena. Padrone dice lavora ancora, lavora, lavora, forza, forza, e dopo 14 ore di lavoro nei campi come possibile lavorare ancora?".  "Io vergogno troppo perchè mia religione dice no questo. E' vietato da nostra bibbia – racconta un altro bracciante -. Ma padrone dice sempre lavora e io senza sostanze no posso lavorare da 6 di mattino alle 18 con una pausa solo a lavoro".

Il traffico delle sostanze, come si legge nel dossier, è saldamente in mano a italiani organizzati con collegamenti, probabilmente, anche con l'estero. "L'auspicio - si legge nel rapporto - è che, insieme agli interventi repressivi delle forze dell'ordine si possa sviluppare una riflessione qualificata da parte di tutti i soggetti interessati, a partire dalla comunità sikh pontina, per promuovere politiche volte a sconfiggere lo sfruttamento, il caporalato, il sistema di tratta che caratterizza questa migrazione e i troppi speculatori che sulla vita dei braccianti indiani hanno fondato il loro lucroso business”.

Come agire allora per uscire da questa condizione? Secondo l’associazione si dovrebbe agire su più fronti che vanno dal contrasto dell'illegalità e dello sfruttamento sul lavoro, servizi territoriali per l'inclusione sociale, agricoltura competitiva che si basi sulla qualità dei prodotti unita al rispetto dei diritti umani, lotta alle eco-mafie e alle varie frodi alimentari elementi ineludibili da coordinare per sanare una ferita sociale e culturale incompatibile con un Paese come l'Italia.

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