Di Giorgi: se la Regione non ci aiuta il centro Al Karama verrà chiuso

I costi di gestione sono insostenibili per il Comune. Ieri a borgo Bainsizza un consiglio ad hoc per discutere del futuro dell'ex centro di prima accoglienza. Riqualificazione ormai lontana per il sito di via Monfalcone

I fondi per gestire il centro Al Karama non ci sono, se le altre istituzioni non contribuiranno, il centro chiuderà i battenti. Non ci sono altre soluzioni per il campo rom che sorge a Banisnzza e che negli ultimi tempi rappresenta una vera e propria criticità sia per la comunità che vi risiede, che vive in balia del più totale degrado, sia per i residenti del borgo, esasperati dal clima di insicurezza in cui da anni sono costretti a vivere.

Ieri, per la prima volta, per dare un segno di vicinanza ai residenti che sempre più spesso hanno chiesto all’amministrazione di intervenire sulla questione, il sindaco Giovanni Di Giorgi ha deciso di organizzare un consiglio comunale ad hoc nel centro sociale di borgo Bainsizza, al quale ha preso parte anche una delegazione di cittadini che auspica un immediato intervento.

Ma, da quanto emerso ieri pomeriggio, il ventaglio di soluzioni da prospettare non comprende molte alternative. L’intervento del sindaco, a chiusura del consiglio, ha ribadito il principio chiave di diversi consiglieri che lo hanno preceduto, anche di quelli di minoranza. “Da soli non ce la facciamo o ci aiutano o chiudiamo i battenti”.

Una soluzione che si prospetta sempre più concreta anche se accanto al centro esistente sorge il cantiere del nuovo sito che era stato progettato ma che fatica a decollate per la difficoltà di andare avanti con l’appalto della costruzione dei nuovi alloggi. Con l’impiantistica terminata infatti, manca la parte sostanziale, quella dei moduli abitativi, ma dopo le due prime gare d’appalto andate deserte anche la terza, in cui bando scade oggi, si prospetta un flop.

E il centro di via Monfalcone di certo non necessita solo di un nuovo look. Per riuscire a portare avanti un progetto che garantisca dignità a chi vi risiede e non rappresenti più un problematica per la comunità del borgo, ci vuole una programmazione della gestione, che comunque ha dei costi.

Nel consiglio di ieri sono stati ribaditi quei sei punti della mozione votata lo scorso 15 aprile: censimento degli occupanti, una guardiania h24, la necessità di demolire il vecchio sito contestualmente alla costruzione del nuovo. E poi i progetti di scolarizzazione, l’assistenza sanitaria e molto altro. Il punto 6 della mozione è chiaro: se le altre istituzioni non contribuiranno a tutto questo il centro verrà chiuso.

E al termine del consiglio una delegazione di rappresentati di Forza Nuova ha protestato chiedendo l’immediato sgombero del sito.

In realtà nel 2008 per Al Karama era stato messo in cantiere un progetto molto più ambizioso, con un finanziamento di un milione e 300mila euro. Nato nell’ambito del piano Nomadi, con la decadenza dello stesso, per illegittimità dichiarata da una sentenza del Consiglio di Stato, quel progetto è decaduto insieme a tutti gli atti del commissario prefettizio che era stato chiamato a gestire quel fenomeno definito “emergenza rom”, che in realtà, poi, non era mai esistito.

Al Karama era nato come centro di prima accoglienza per stranieri negli anni ’90, per volontà della Cgil, prevedeva un percorso di inserimento lavorativo, formazione professionale e molto altro, per il periodo utile alla ricerca di un’occupazione stabile e di un lavoro. Poi nel ’99, con il taglio dei contributi alla gestione, il sindacato, non sostenendo più i costi, era stato costretto a riconsegnarlo alla Regione che è proprietaria della struttura.

In seguito alla chiusura il centro era stato occupato da nuclei rom: la Regione aveva chiesto agli enti locali l’immediato sgombero, un atto d’ufficio mai rispettato.

“Al Karama è una bomba sociale che da soli non riusciamo a disinnescare”, hanno spiegato ieri in consiglio, ammettendo anche che un eventuale percorso di integrazione è reso complicato proprio dai militi della cultura stessa dei rom che fanno fatica o non vogliono integrarsi.

“I cittadini del borgo non sono razzisti, è solo gente esasperata”, hanno ribadito in consiglio. Sono gli stessi, infatti, che all’epoca del centro di primo accoglienza gestito dal sindacato, avevano contribuito e sostenuto quei progetti di formazione lavorativa che vedevano tanti stranieri impegnati nel lavoro nei campi.

Prima di riunirsi, molti consiglieri hanno svolto un sopralluogo nel sito di via Monfalcone, prendendo atto delle condizioni disumane in cui vive un numero indefinito di persone. Ormai troppo lontana la data dell’ultimo censimento, ad Al Karama la popolazione è ormai cresciuta a dismisura. 

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