Contro il Decreto Salvini: presidio degli operatori delle cooperative a Latina

Sono già moltissime, sul territorio, le figure professionali che hanno perso il lavoro a causa dell'entrata in vigore del decreto. La denuncia di alcuni operatori della Karibu

Un presidio contro il Decreto sicurezza di Salvini. Ad annunciarlo sono alcuni operatori sociali della cooperativa Karibu, iscritti al sindacato Si Cobas, che insieme ad altri colleghi hanno perso il lavoro dopo i drastici tagli all'accoglienza imposti dal decreto. "Quelli che restano - si legge in una nota - si trovano ad operare in condizioni estremamente difficili, non per le improbabili rivolte dei beneficiari sul cibo, raccontate oggi dai giornali, ma per la mancanza di chiarezza sull’offerta di servizi da offrire e sui mezzi per offrirli venutasi a creare dopo l’emissione del Decreto Salvini. E’ questo il vero motivo delle proteste avvenute al Cas di Sezze". Il presidio, inizialmente organizzato per lunedì 11 febbraio sotto la Prefettura di Latina, è stato spostato a martedì 12 febbraio alle 15,30 nello stesso luogo.

"La cooperativa per cui lavoriamo ha giustificato i mancati rinnovi con l’applicazione del decreto Salvini, ma arrivano informazioni contraddittorie, chiediamo quindi al prefetto una risposta chiara: quale è il bando attualmente in vigore? E a Karibu chiediamo, per anni non sono state rispettate un enorme numero di norme relative ai nostri contratti di lavoro, mantenendoci costantemente in forme contrattuali precarie. Come mai il nuovo bando viene utilizzato come motivo per far cessare i nostri contratti, che già da tempo avrebbero dovuto essere stabilizzati? Durante un recente incontro tra la proprietà, le rappresentanze sindacali e il Prefetto, Karibu si era impegnata, nero su bianco, a concordare tempi e criteri dei mancati rinnovi  con le parti perché invece ha agito un piano di ristrutturazione arbitrariamente? Non siamo solo noi coinvolti in questa storia, tutto il tessuto sociale ne subisce le conseguenze".

I lavoratori spiegano che i rapporti di lavoro sono cessati di punto in bianco. Si tratta in alcuni casi di mancati rinnovi per i contratti a tempo determinato: niente più educatrici, psicologhe, assistenti sociali, insegnanti di italiano. Sono stati inoltre decurtati di due terzi gli operatori e non si accettano più richieste di budget per visite mediche o esami clinici. 

Le conseguenze ricadono tutte sul tessuto sociale ed economico del territorio. Circolano infatti meno stipendi, si intasa il pronto soccorso perché i migranti non hanno altra scelta per farsi curare, i migranti non hanno possibilità di inserirsi sul mercato del lavoro a causa della scarsa capacità linguistica. "Aumentano inoltre i conflitti tra migranti e residenti - si legge ancora in una nota degli operatori - perché senza le figure professionali che introducono gli stranieri alle nostre istituzioni, affinché possano imparare e conoscere le regole, le persone si ritrovano in balìa di un sistema difficile da capire".

"Inoltre la decurtazione del contributo giornaliero erogato alle cooperative per ciascun migrante da 35  a 24 o 19 euro (ma non sappiamo se sia già effettiva) - spiegano - non si traduce in un risparmio per lo Stato, al contrario! l’unica cosa che si risparmia sono gli stipendi del personale. Le cooperative allestiscono strutture grandi per ospitare molte persone e ammortizzare i costi, sono le grandi cooperative che riceveranno 24 euro a migrante, mentre le piccole, che lavoravano sul reale obiettivo dell’integrazione, riceveranno solo 19 euro e probabilmente dovranno scomparire. Il sistema dell’accoglienza andava riformato si ma non distrutto". 

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