Riciclaggio ed evasione, pontino dirige sodalizio attivo in Toscana

L'operazione è della squadra mobile di Firenze in collaborazione con la guardia di finanza di Formia. Si aggirano intorno ai 20 milioni di euro i danni per le casse dello Stato

Sono 31 le persone indagate e 7 i provvedimenti cautelari; circa 9 milioni di beni sono stati sequestrati per un giro di evasione fiscale che si aggira intorno ai 20 milioni di euro. Questi sono i numeri della maxi operazione della squadra mobile di Firenze  a cui hanno collaborato anche gli uomini della guardia di Finanza di Formia.

L’operazione odierna, che arriva a conclusione di una complessa indagine della Sezione Criminalità Organizzata della mobile fiorentina, interrompe l’attività criminale di stampo mafioso di un gruppo capeggiato da campani legati ai noti clan di camorra Ligato, Russo e Bardellino. Il tutto orchestrato dalla potente mano di un commercialista noto nella bassa provincia pontina e considerato la mente dell'intera organizzazione. Importante è stato, quindi, il ruolo svolto dai finanzieri del Gruppo di Formia che hanno concorso nell’esecuzione delle misure patrimoniali; i militari avevano messo in luce, infatti, i complessi meccanismi fraudolenti posti in essere dai sodali, abilmente orchestrati da F. B., professionista di 58 anni originario di Scauri.

Estorsioni, tentate corruzioni, riciclaggi e reati societari posti in essere mediante il sistematico uso della forza e dell’intimidazione, sono solo alcuni dei reati contestati alle 31 persone indagate a vario titolo nell’ambito del procedimento per il quale il Gip del Tribunale di Firenze Antonio Angelo Pezzuti ha emesso l’ordinanza cautelare e i sequestri preventivi eseguiti oggi, su richiesta del Pm titolare delle indagini Pietro Suchan.

Le indagini dirette dalla Dda di Firenze hanno fatto luce su un'associazione per delinquere dedita all’acquisizione di società in crisi. Il modus operandi era sempre lo stesso.  Dopo l’offerta iniziale di aiuti e sostegni economici alle malcapitate aziende, il clan ne assorbiva completamente la gestione con contabilità principalmente gestite a “nero”, mediante violenze e minacce. Fori di proiettile sulle portiere delle macchine, minacce a mano armata fino ad intimidazioni messe in atto mostrando la pistola infilata nella cinta dei pantaloni, sono solo alcuni dei metodi adottati.

Le indagini sono partite nel 2009 grazie alla denuncia di un imprenditore in seguito al ritrovamento di un colpo d’arma da fuoco nella portiera della sua vettura. L’uomo, titolare di una ditta di giardinaggio di Castelfiorentino, proprio in quell’anno davanti alla crisi della sua azienda aveva accettato l’aiuto di un imprenditore campano, che ora risulta essere il maggior indagato. Piano piano era stato estromesso dalle decisioni che riguardavano la sua azienda, sempre con minacce e aggressioni, fino allo spoglio completo dei beni immobiliari della società. Altre aziende di Firenze, Prato e Pisa erano cadute nella stessa rete. Una in particolare era stata assorbita dal clan per gestire le corse automobilistiche di rally al quale il capoclan e il figlio partecipavano come semiprofessionisti.

L’imponente evasione fiscale (si stima un danno per le casse dello stato di circa 20 milioni di euro dal 2002 ad oggi), perpetrata dal gruppo criminale veniva attuata mediante la mirata costituzione di società “cartiere” che emettevano fatture false a beneficio di società effettivamente operanti nel settore tessile che, attraverso la sistematica contabilizzazione, generavano fittizi crediti d’imposta impiegati poi per il pagamento dei tributi attraverso l’istituto della “compensazione”. Tale meccanismo permetteva dunque di svolgere una normale attività imprenditoriale ma “a costo zero”, senza versare imposte, il tutto ai danni dell’erario. Le società, che avevano una vita media di due/tre anni decorsi i quali venivano messe in liquidazione e sostituite con altrettante identiche, venivano intestate a “teste di legno” compiacenti che percepivano, per tale incombenza, una somma mensile variabile da 800 a 1500 euro.
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l sistema truffaldino ha consentito al gruppo criminale di ottenere considerevoli vantaggi economici che venivano poi reinvestiti nell’acquisto di autovetture di lusso e proprietà immobiliari in Toscana, Sardegna e Campania.

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