Il crepuscolo di Armstrong, Simeoni: “Una giornata storica per il ciclismo”

L'ex campione italiano su strada si dice soddisfatto della decisione dell'Uci di revocare i titoli vinti dall'americano: "La mia carriera è stata penalizzata, ma ho rotto un muro d'omertà"

"Oggi è un giorno storico per il ciclismo. Ora si può ripartire con più trasparenza e regole più chiare". Da ormai tre anni Filippo Simeoni, da quando ha lasciato il ciclismo dopo 14 stagioni da professionista, un titolo italiano e altre otto vittorie, ha deciso di voltare pagina e lasciare quello sport che oltre a tante soddisfazioni gli ha creato più di qualche problema. Nel giorno in cui Lance Armstrong, l'uomo che fino a ieri deteneva il record di vittorie al Tour de France, viene definitivamente scaricato anche dalla federazione internazionale di ciclismo, che gli ha tolto tutte le vittorie conquistate dal 1998, Filippo è a Sezze, la sua città d'adozione. È qui che è cresciuto ed è qui che ora, appesa la bici al proverbiale chiodo, gestisce un bar con sua moglie.

Nella vicenda del campione texano privato di tutti i suoi titoli Simeoni assume un ruolo perché fu il primo, dopo aver scontato una squalifica per doping, a fare luce sulle pratiche utilizzate dal discusso medico sportivo Michele Ferrari, che di Armstrong fu per molto tempo preparatore atletico. E il rapporto dell'agenzia antidoping statunitense Usada, che ha gettato ben più di un'ombra sulla carriera del plurivincitore del Tour, riferisce minuziosamente dei rapporti tra il medico italiano e la Us Postal, la squadra con cui Armstrong conquistò la maggior parte dei suoi successi.

Ti aspettavi che prima o poi qualcuno facesse chiarezza sui metodi utilizzati da Armstrong e dalla sua squadra?

"Ero consapevole del fatto che tanti sapessero, ma purtroppo non si riuscivano a trovare prove concrete. Sapevo però che c’era questa agenzia antidoping americana, l’Usada, che stava indagando. Sinceramente speravo che uscisse fuori tutto questo perché era doveroso fare chiarezza e cercare di cancellare un’era caratterizzata dallo strapotere personale di Armstrong e della sua squadra. Ho sempre pensato che se il ciclismo voleva ripartire da zero doveva far uscire la verità. Ora questa verità è stata accertata in maniera inequivocabile dal dossier dell’Usada".

In tutti questi anni è mancata, secondo te, la volontà da parte della federazione internazionale e del movimento del ciclismo di aprire gli occhi sui sospetti che ricadevano su Armstrong?

"Fino a quando Armstrong è stato in attività, questa situazione è stata bene un po’ a tutti. E un po’ tutti sono stati complici. L’episodio del Tour de France del 2004 fu emblematico – quando Simeoni, andato in fuga con altri cinque corridori, fu raggiunto da Armstrong, che lo costrinse a desistere dall’attacco e a farsi riprendere dal gruppo – perché fu un gesto intimidatorio nei confronti di un testimone, visto che io avevo deposto nell’ambito del processo al dottor Ferrari. Io mi ero assunto una responsabilità davanti a tutti e lui fece quel gesto plateale per punirmi per la mia testimonianza".

In quell’occasione nessun collega o addetto ai lavori prese posizione contro il gesto di Armstrong.

"Quello era ancora il periodo d’oro di Armstrong e lui aveva un'influenza incredibile. Dal dossier dell’Usada si capisce quali tipi di appoggi avesse nell’Uci (la federazione internazionale di ciclismo, ndr) e tra gli organizzatori delle corse. Il fenomeno Armstrong stava bene un po’ a tutti".

Da oggi nell’albo d’oro della più importante corsa a tappe del mondo, il Tour de France, rimane un vuoto lungo sette anni. Sei d’accordo con questa decisione e quanto può rappresentare un insegnamento per il futuro?

"È un momento storico per il ciclismo e per le future generazioni di questo sport perché penso che sia giusto che il suo nome sia cancellato dagli albi d’oro. Va dato un segnale forte soprattutto nei confronti dei giovani facendogli capire che se lavori con poca onestà e sei scorretto prima o poi vieni scoperto. È importante far capire loro che per ottenere risultati occorre sapersi sacrificare".

Quanto è cambiata la tua carriera dopo la deposizione al processo contro il dottor Ferrari?

"Purtroppo la mia carriera è stata penalizzata moltissimo da questa vicenda. Pur essendomi comportato onestamente e avendo rotto un muro di omertà, ho ricevuto tante cattiverie. La mia forza d’animo mi ha permesso di andare avanti e così sono riuscito a togliermi una bella soddisfazione personale: la vittoria nel campionato italiano è stato un riscatto morale, qualcosa di davvero eccezionale".

Il ciclismo è più sano o più marcio di venti anni fa?

"Era molto più marcio venti anni fa. Negli ultimi tempi è stato fatto moltissimo per arginare il problema del doping. E quello che è accaduto oggi è un segnale in più per riacquisire credibilità: si cancella un’era caratterizzata da un’esagerazione di doping e si può ripartire con maggiore trasparenza e regole più chiare".

Dopo il ritiro da atleta, però, hai deciso di rimanere fuori dal giro del ciclismo. Pensi un giorno di ritornarci?

"Ancora non è il momento, anche perché ho smesso da poco. Sono stato tanti anni in giro per il mondo e ora voglio dedicarmi al lavoro, alla famiglia e ai miei figli che stanno crescendo. Sono uscito un po’ disinnamorato dal ciclismo, soprattutto dopo l’esclusione dal giro d’Italia nell’anno in cui indossavo la maglia tricolore. Quella vicenda mi ha umiliato e ferito. Mi auguro che tra qualche anno mi torni una passione forte per questo sport. Nella vita non si sa mai".

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