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Il monito del Vescovo agli amministratori: "Le città non meritano di essere private di governo ordinario"

L'omelia di monsignor Mariano Crociata, colpito da influenza, nella tradizionale messa del 1 gennaio a San Marco affidata al vicario generale

Il vescovo Mariano Crociata non ha potuto presiedere questo pomeriggio, come da tradizione, la Santa Messa per gli amministratori pubblici e i rappresentanti delle parti sociali in occasione della LVI Giornata Mondiale della Pace presso la cattedrale di San Marco a causa di una sindrome influenzale. La celebrazione è stata dunque presieduta dal vicario generale don Enrico Scaccia, il quale ha condiviso con l’assemblea l’omelia di monsignor Crociata.

Di seguito il testo.

Lasciamoci coinvolgere dall’invito della prima lettura, che forse non sempre abbiamo ascoltato cogliendone tutta la portata. Dice: Così benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore. Chiede cioè di invocare gli uni per gli altri la benedizione del Signore, un invito a benedirsi gli uni gli altri nel nome del Signore. Quando mai pensiamo a benedirci gli uni gli altri? Piuttosto ci guardiamo in cagnesco e pensiamo a come difenderci o a come colpire l’altro, magari senza farcene accorgere. È da un atteggiamento benedicente, che dice bene dell’altro e invoca bene per lui, che comincia un mondo diverso da quello nel quale ci ritroviamo. Colui che Maria, nella festa della sua divina maternità, ci offre è proprio il Figlio del Benedetto, venuto tra noi per portarci la benedizione di Dio e renderla condivisibile tra noi. 

L’invito del Papa nel messaggio della odierna giornata della pace a «tracciare insieme sentieri di pace» fa eco in qualche modo al messaggio biblico. Oggi più che mai è in gioco il nostro stare insieme e il nostro modo di farlo. Per questo il papa invita espressamente a «rimettere al centro la parola “insieme”. Infatti, è insieme, nella fraternità e nella solidarietà, che costruiamo la pace, garantiamo la giustizia, superiamo gli eventi più dolorosi». 

Attenti osservatori del mondo di oggi ci dicono che ormai viviamo in un mondo nel quale nessuno può da solo risolvere anche uno soltanto dei grandi problemi che ci affliggono, perché tutto è diventato enormemente complesso. Se proviamo a elencare i principali, sulla scia del messaggio del papa, ci rendiamo facilmente conto di come le cose stiano proprio così. Pensiamo alla pandemia da covid, da cui a questo punto non siamo più così sicuri di essere usciti; e poi i conflitti in corso, a cominciare da quello in Ucraina per iniziativa del governo russo; e ancora gli stravolgimenti climatici e ambientali, con un inverno anomalo, da noi, che assomiglia a una primavera, di cui possiamo solo superficialmente rallegrarci dal momento che le conseguenze non possono essere certo positive. Queste, come altre, sono crisi «interconnesse», scrive il Papa, perché le cause si intrecciano tra loro e non sono riconducibili a una sola, e solo da un concorso di volontà e di collaborazione di molti, e anzi di tutti, può venire la loro soluzione. In questa situazione non ci sono colpevoli e innocenti, responsabili e persone prive di responsabilità. Tutti siamo parte in causa, sia pure non nella stessa maniera. Basti pensare a come il nostro personale e privato stile di vita concorra, sia pure in minima parte, a un certo andazzo dell’economia e perfino della giustizia sociale. Ci preoccupiamo, giustamente, dei costi dell’energia, ma dovremmo anche fare caso al modo come usiamo delle risorse, dell’energia, dell’acqua e di tutti gli altri beni di cui godiamo, per non parlare del capitolo dei nostri rapporti con gli altri. 

Se guardiamo al mondo più vicino a noi, al nostro territorio, colpisce che ancora una volta, in questi giorni, qualcuno, con ruoli istituzionali o comunque pubblici, sia intervenuto elencando tutti i responsabili di certe cose che non vanno, e guarda caso nell’elenco ci sono tutti tranne chi parla o scrive. E questo non fa altro che alimentare la contrapposizione e la polemica tra chi è bravo e chi non lo è, nella logica della ricerca di uno o più colpevoli, e della sistematica autoassoluzione. Le cose non funzionano così, non stanno così, e in questo modo non se ne esce. Un tale modo di procedere, peraltro, diventa anche fonte di sviste e di errori, come quando si mette anche la Chiesa nella serie, mentre invece essa è stata sempre in prima linea nell’affrontare problemi sociali di ogni genere, a volte anche svolgendo un ruolo di supplenza rispetto alle istituzioni. Tutti abbiamo da migliorare e da imparare, anche noi Chiesa naturalmente, ma sulla base del riconoscimento della realtà dei fatti e non della sua falsificazione o del suo occultamento. 

Se dovessi indicare alcuni ambiti della vita della comunità civile pontina nei quali è necessario far crescere la volontà e l’impegno a lavorare insieme, lasciandoci coinvolgere tutti, credo di doverne indicare almeno tre. Innanzitutto, e certamente l’amministrazione di alcune nostre città, che non meritano di essere private di governo ordinario; poi l’efficienza degli apparati burocratici, sia pubblici che privati, dai quali dipende l’erogazione di servizi essenziali per la vita dei cittadini e dell’intera comunità; infine, il contrasto – non solo repressivo ma educativo – di quei comportamenti che alimentano l’illegalità e la corruzione, nel piccolo e nel grande. In questi ambiti tutti siamo chiamati in causa, poco o molto, direttamente o indirettamente. 

Per tornare a un orizzonte più vasto, voglio riportare quanto dice il Papa riguardo ad alcune scoperte positive dopo la fase più critica della pandemia, che vogliamo raccogliere come piste di un impegno di tutti che deve ancora crescere: «un benefico ritorno all’umiltà; un ridimensionamento di certe pretese consumistiche; un senso rinnovato di solidarietà che ci incoraggia a uscire dal nostro egoismo per aprirci alla sofferenza degli altri e ai loro bisogni; nonché un impegno […] di tante persone che si sono spese perché tutti potessero superare al meglio il dramma dell’emergenza». Ci sono infatti tante persone che si dedicano e si adoperano generosamente per gli altri; il loro esempio viene purtroppo mortificato e impedito dal comportamento opposto di tanti. Dobbiamo uscire da qui con il desiderio di metterci senza riserve dalla parte di quanti operano per il meglio, che si dedicano con sincerità e passione per rendere migliore la loro e l’altrui vita nel lavoro, in famiglia, nella società. 

A chi pensa che in chiesa dovremmo occuparci di cose solo religiose, voglio dire che la Chiesa non ha motivo di esserci se la fede e l’esperienza religiosa che vi si coltivano non producono un cambiamento del modo di pensare e di agire, innanzitutto nelle persone che la frequentano e che praticano. Il papa ci richiama proprio a questa responsabilità, molto concreta e intimamente cristiana. Nel suo messaggio egli lo traduce con una espressione, ben nota, che pone a titolo del documento: «Nessuno può salvarsi da solo». Chi pensa di tirarsi fuori dalla mischia, per starsene tranquillo e al sicuro, si illude, poiché prima o poi sarà coinvolto o sarà chiamato a pagare le conseguenze dell’andazzo generale. Per questo dobbiamo metterci tutti in gioco e accettare di avere «tutti bisogno gli uni degli altri». 

Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo «lasciarci cambiare il cuore». Anche per questo siamo qui, per lasciarci toccare il cuore da colui che si è fatto uomo per noi, facendosi carico dei travagli della nostra condizione umana fino alla morte in croce, non perché costretto ma solo per amore. All’inizio di un nuovo anno, Maria ci ottenga di accoglierlo con cuore libero e ardente”. 

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