Braccianti dopo tre anni nella stessa piazza per i loro diritti, Omizzolo: “Qualcosa è cambiato”

La manifestazione contro il caporalato rievoca la grande mobilitazione del 2016. “Questa piazza ricorda che c’è un Paese fatto di migranti e di italiani che combatte per la libertà”

Marco Omizzolo insieme ai braccianti durante la manifestazione

A distanza di tre anni si sono ritrovati nella stessa piazza per chiedere dignità, per rivendicare i loro diritti. Migliaia di braccianti, per lo più indiani, hanno manifestato ieri, 21 ottobre, davanti la Prefettura di Latina in piazza della Libertà, la stessa che aveva fatto da sfondo alla grande mobilitazione del 18 aprile 2016. 

I lavoratori ancora una volta hanno avuto il coraggio di scendere in piazza, come tre anni fa. Al loro fianco i sindacati, uniti. La manifestazione è stata organizzata dai Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil dopo i gravi fatti di Terracina, l’ultimo episodio di un fenomeno, quello dello sfruttamento nei campi, diventato una piaga per il territorio pontino. 

E vicino ai braccianti in piazza anche ieri c’era Marco Omizzolo, sociologo di Sabaudia, da sempre in prima linea nella lotta al caporalato e allo sfruttamento del lavoro in agricoltura. Omizzolo definisce la manifestazione di ieri un “evento straordinario”. Mobilitazioni come queste, ci dice, “sono fondamentali perché qui si manifesta sotto la Prefettura un’emergenza che viene affrontata dai lavoratori stessi in maniera unitaria e dai sindacati in maniera unitaria. E’ il mondo del lavoro che vuole il riconoscimento dei propri diritti, non diritti in più ma l’applicazione di quelli già riconosciuti dalla Carata Costituzionale e dal contratto provinciale del lavoro. E’ un esercizio di democrazia straordinario che dà democrazia: questa piazza ci ricorda che c’è un Paese fatto di migranti e di italiani che combatte per la libertà, perché in alcuni casi alcuni di questi ragazzi sono obbligati a lavorare in condizioni paraschiavistiche”.

 

Molto è però cambiato in questi tre anni dopo la grande manifestazione del 2016: “la comunità ha preso coscienza, ormai denuncia, collabora con le istituzioni. Questo sciopero è stato organizzato in appena una settimana e ci sono circa 2mila braccianti. Noi come cooperativa In Migrazione abbiamo presentato oltre 150 denunce in Procura e sono partiti alcuni processi e in alcuni di questi i lavoratori si sono costituiti parte civile. C’è una consapevolezza che è segno di responsabilità e per questo gli stessi braccianti danno un contributo straordinario”. 

Ma cosa chiedono questi lavoratori sfruttati e minacciati? “Chiedono di non essere lasciati soli; loro non hanno paura di denunciare - ci dice ancora Omizzolo -, hanno paura di quello che succede dopo, perché lì manca lo Stato. Dobbiamo organizzare dei percorsi di tutela e di reinserimento nel mondo del lavoro in maniera legale. Loro devono sapere che denunciare conviene, non solo perché è una atto etico e responsabile, ma anche perché che per loro poi c’è un percorso che li porta altrove”. 

In tre anni di battaglie passi in avanti sono stati fatti grazie alla maggiore coscienza della loro condizione acquisita dai braccianti, ma qualcosa è cambiato, prosegue Omizzolo, anche “nel rapporto con le istituzioni perché è fondamentale che loro ci siano. Il neo ministro ha parlato del caporalato come di un sistema mafioso, e ha ragione perché effettivamente lo è; ci sono dei tavoli istituzionali aperti che vanno rafforzati, anche a livello territoriale e intorno al quale devono poter sedere non solo i rappresentanti dei lavoratori ma anche i lavoratori stessi. Questo è un elemento centrale perché la loro maturità non deve essere sottovalutata: loro qui ci mettono la faccia e devono poterla mettere anche all’interno delle istituzioni”.

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