Mafie nel Lazio: “Criminalità pontina stesso volto della camorra”

Il rapporto dell'Osservatorio Tecnico Scientifico per la legalità, in collaborazione con Libera disegna la geografia criminale in provincia: dal clan Mendico fino ai Ciarelli-Di Silvio. "Quella pontina ha lo stesso modus operandi di quella campana"

“La criminalità presente nella provincia di Latina ha caratteristiche simili a quelle delle mafie del sud Italia. In particolare, ricalca il modus operandi della camorra, per quel che riguarda le infiltrazioni nel tessuto socio-economico”. E’ quanto emerge dal rapporto curato dall’Osservatorio Tecnico Scientifico per la sicurezza e la legalità, in collaborazione con la Fondazione Libera Informazione, Osservatorio sull’informazione per la legalità e contro le mafie. Un’attenta e lunga analisi delle compagini criminali pontine, a cui vengono dedicati due paragrafi, (uno in più rispetto alle altre province del Lazio). Un aspetto preoccupante che denota quanto a Latina, sia storicamente che come estensione, i gruppi criminali si siano infiltrati in maniera strutturata.

Nel rapporto si parte da lontano, da vecchi attentati nel sud pontino e da quella relazione della Commissione parlamentare antimafia del 1994 che segnalava la presenza di gruppi camorristici in provincia di Latina, per poi arrivare ad evidenziare gli ultimi episodi che hanno confermato la presenza di Ciarelli e Di Silvio nel capoluogo come struttura organizzata.

Nel rapporto si sottolinea come, “in relazione alla caratura criminale, è opportuno rilevare che si tratta dell’unica struttura autoctona ad aver respinto i tentativi di penetrazione del clan dei casalesi. Si torna indietro agli anni ’90, più precisamente al 1996 quando, Carmine Ciarelli e Antonio Ciarelli denunciano Ettore Mendico che, insieme ad un altro soggetto, armati di pistola e mitraglietta avevano intimato loro di pagare 50 milioni al mese ai casalesi tramite gli amici di Casal di Principe che stavano a Latina, (individuandoli i militari in Matteo e Mario Baldascini), da consegnare in 48 ore, pena l’uccisione di un figlio al giorno. “Il fatto aveva destato allarme, in quanto era davvero inconsueta una richiesta estorsiva a soggetti che erano al contrario abituati a farne”. Episodio su cui è ancora in corso il processo al tribunale di Latina.

Per tracciare le tappe della guerra criminale nel 2010 viene fatto riferimento all’uccisione nel 2003 di Ferdinando Di Silvio, fatto esplodere nella sua auto a Capoportiere. “L’ombra di questo delitto irrisolto emerge con prepotenza nel contesto della criminalità organizzata nel capoluogo”. Quindi passa al tentato omicidio di Carmine Ciarelli del gennaio di cinque anni fa, il delitto di Massimiliano Moro a poche ore di distanza e quello di Fabio Buonamano. La guerra è quella per il controllo del territorio contro i cosiddetti “non rom”.

Dalla sentenza: “E’ emerso che storicamente la famiglia Ciarelli, ha operato nel settore dell’usura e delle estorsioni per lungo tempo e con una struttura familiare. [..]L’esercizio dell’attività di usura in maniera continuativa trova conferma anche nella lettera scritta di pugno dall’imputato Carmine Ciarelli ove lo stesso dichiarava spontaneamente di esercitare da trent’anni l’attività di usura e che “la gente che sente il mio nome mi temono”. Una supremazia, si legge nel rapporto, testimoniata anche dal clima di assoggettamento: parti offese e testimoni che si rifiutano di collaborare con la giustizia e smentiscono i fatti.

Tornando al sud pontino, già nella prefazione si fa riferimento alle prime infiltrazioni dei clan Moccia, Iovine, Schiavone, La Torre, le  minacce quasi contemporaneamente all’attribuzione di nuovi finanziamenti pubblici.  A quando "gli investigatori cominciano ad avvertire sempre più forte la presenza del clan camorristico di Casalesi”.

Corposo il capitolo dal titolo Il radicamento delle organizzazioni mafiose a Latina”. Come scritto negli atti: Emerge certamente l’esistenza di un gruppo criminale a Castelforte, autonomo, sebbene legato “clan dei casalesi”, attraverso Beneduce Alberto e Michele Zagaria, reso certamente molto appetibile, dall’essere insediato nel territorio del basso Lazio, e quindi da avvicinare al fine di insinuarsi nella realtà economica ed affermare la piena egemonia sul territorio”.

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Si passa poi al clan Mendico, che “diveniva così una vera e propria organizzazione imprenditoriale” e al lungo capitolo investigativo che ha portato al processo Damasco sulle infiltrazioni criminali al Mof e nel Comune di Fondi. Riferimenti anche al nord della provincia: “la città di Aprilia (quinto Comune del Lazio per abitanti) ha una presenza storica delle organizzazioni criminali, le sentenze passate in giudicato nei confronti di Pasquale Noviello coinvolto nel procedimento “Sfinge, con i Casalesi, per i delitti di associazione a delinquere di stampo camorristico, estorsione, tentato omicidio aggravato dalle modalità mafiose segnalano il radicamento del clan dei casalesi in tale realtà oltre che a Nettuno ed Anzio.

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