Don Felice Accrocca arcivescovo di Benevento, 2mila fedeli per l’ordinazione al Sacro Cuore

Grande e commossa partecipazione, in un pomeriggio carico di emozione, per l'ordinazione episcopale di monsignor Felice Accrocca, arcivescovo metropolita di Benevento celebrata ieri nella chiesa di Sacro Cuore a Latina

Il momento dell'ordinanza episcopale (fonte foto diocesi.latina.it)

Una grande partecipazione in un pomeriggio carico di emozioni ieri nella chiesa del Sacro Cuore di Latina per l’ordinazione episcopale di monsignor Felice Accrocca, arcivescovo metropolita di Benevento.

La celebrazione è stata presieduta dal vescovo di Latina, monsignor Mariano Crociata, ordinante principale, insieme ai monsignori Andrea Mugione, amministratore apostolico di Benevento, co-ordinante principale; Giuseppe Petrocchi, arcivescovo metropolita dell’Aquila, co-ordinante principale. Con loro hanno concelebrato altri venti vescovi, quasi 200 presbiteri e circa 40 diaconi. Il servizio liturgico è stato assicurato dai seminaristi di Latina e Benevento.

E circa 2mila persone, molte delle quali giunte proprio da Benevento, hanno affollato la chiesa e il piazzale antistante come anche le sale dell’adiacente Curia vescovile, dove in una di queste ha trovato posto l’interprete per la lingua italiana dei segni (Lis). Presenti, tra le autorità, il prefetto di Latina Pierluigi Faloni, il commissario Giacomo Barbato e il sindaco di Cori, Tommaso Conti, città di Don Felice, insieme ai rappresentanti delle forze dell’ordine e di altri Comuni

Una grande attesa ha anticipato il rito che ha riguardato un presbitero che assume la pienezza del sacerdozio, diventando così “per divina istituzione successore degli Apostoli”, e mediante lo Spirito Santo che gli è stato donato, “è costituito Pastore nella Chiesa”.

Particolarmente intensa l’omelia pronunciata da monsignor Crociata.Nell’esperienza comune un uomo diventa padre quando nasce un figlio. Qui, un popolo di figli esiste già, figli di Dio generati dalla Chiesa e alla Chiesa; colui che nasce è il padre. I fedeli della Chiesa sorella di Benevento, ora, ricevono te, finora fratello vissuto per lunghi anni nel presbiterato in mezzo a noi, come loro pastore creato dalla grazia del sacramento” recita uno dei passaggi dell’omelia.

In altre parole, la vita e il ministero del vescovo sono strumento di Cristo per l’azione del suo Santo Spirito; perciò il Cristo e lo Spirito sono i protagonisti del suo servizio, il reale soggetto efficace di ogni azione pastorale. Un senso di umiltà e di timore, misto a gratitudine e gioia, pervade l’animo credente del vescovo, memore di essere lui stesso innanzitutto un salvato, al pari del popolo affidato, che da Cristo è stato redento e a lui appartiene".

"La nostra visione è il Vangelo e la sua accoglienza condivisa nella comunione del collegio episcopale e di tutta la comunità ecclesiale. Essa ha bisogno, in ultimo, di assumere le fattezze di quella comunità incarnata in precise coordinate di tempo e di luogo, per diventare soggetto di fede e di storia là dove è stata chiamata a vivere. Una espressione singolare di tale capacità di visione sta nel saper individuare, promuovere e raccordare i non pochi fermenti di bene, spesso nascosti, che lo Spirito ha suscitato e stanno crescendo nel campo della Chiesa e anche nel deserto del mondo.

Tutto questo chiediamo per te - ha concluso il vescovo Crociata in un altro passaggio della sua omelia -, oltre che per noi, caro don Felice, affidando all’unico pastore il nostro ministero e la nostra vita”.

Molto affettuoso il saluto e il ringraziamento pronunciato da monsignor Felice Accrocca al termine della celebrazione.

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IL TESTO INTEGRAZLE DEL SALUTO DELL’ARCIVESCOVO ACCROCCA: 
Carissimi,
un grazie a tutti voi: a mons. Crociata, che mi ha conferito l’ordine episcopale, ai vescovi e agli abati, alle Autorità presenti, ai sacerdoti e ai diaconi, ai consacrati e ai tanti fedeli laici, molti dei quali amici fraterni.
Ringrazio e lodo Dio per avermi chiamato alla vita, per il dono della vocazione e per la famiglia che mi ha dato: il pastorale, in legno d’ulivo, l’ho scelto in memoria di mia madre, che trentatré dei suoi quarantaquattro anni di vita li trascorse china a raccogliere quel frutto dal quale è stato ricavato anche il crisma oggi versatomi sul capo.
Ringrazio Dio per gli anni trascorsi a Cori e nella mia parrocchia d’origine, S. Maria della Pietà, dove mi sono formato alla vita cristiana; nel seminario Leoniano di Anagni, dove sono stato avviato al ministero sacerdotale; nelle parrocchie (S. Maria Assunta in Cielo in Cisterna, S. Luca, S. Pio X e Sacro Cuore in Latina) dove ho esercitato il ministero e dove ho ricevuto affetto e lezioni di vita da tantissima gente; nella curia vescovile di Latina, dove per ventidue anni ho avuto la possibilità di fare esperienze diverse e dove ho goduto della fiducia di tre vescovi: mons. Domenico Pecile, mons. Giuseppe Petrocchi e, infine, mons. Mariano Crociata. A loro vorrei unire la memoria di mons. Enrico Romolo Compagnone, che fu determinante nel mio percorso di discernimento vocazionale e che mi accolse tra i seminaristi della diocesi.
Questi trent’anni di vita sacerdotale sono stati un dono immenso: le esperienze con l’Agesci, l’Azione Cattolica e con altre aggregazioni ecclesiali, i campi annuali in Albania, mi hanno infine fatto toccare con mano la ricchezza e la forza del corpo ecclesiale.
Lo studio e l’insegnamento, all’Istituto Storico dei Cappuccini e all’Università Gregoriana, al Pontificio Collegio Leoniano e all’Istituto Teologico di Assisi, mi hanno inoltre arricchito dal punto di vista umano e culturale, e per questo ringrazio amici, colleghi, studenti e tanti frati e clarisse con i quali ho condiviso momenti d’incontro formativo e, in diversi casi, una salda amicizia.
Papa Francesco mi chiama ora a raccogliere l’eredità del vescovo Andrea Mugione nella Chiesa di Benevento, ricchissima di storia e di tante potenzialità per il futuro. Lo ringrazio di cuore per la fiducia riposta in me e a tutti i miei nuovi figli chiedo di aiutarmi a ripagarlo degnamente.
Si narra (non so con quanta verità) che Giovanni XXIII dicesse che, stando sulla sedia gestatoria, gli sembrava sempre di vedere tra la gente sua madre che lo ammoniva a non montarsi la testa per il fatto di essere diventato papa. Come che sia, sento l’aneddoto diretto a me e vi aggiungo le parole di san Francesco: «Beato il servo, il quale non si ritiene migliore, quando viene magnificato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più» (Ammonizioni XIX, 1-2).
Pregate intensamente, di vero cuore, per me
”.

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