Giovedì, 18 Luglio 2024
Cronaca

"Alba Pontina": era associazione di tipo mafioso. Otto condanne definitive per i Di Silvio

La sentenza della Corte di Cassazione conferma i 53 anni di carcere per gli appartenenti al gruppo di Armando Lallà. Respinti i ricorsi della difesa

La sesta sezione della Corte di Cassazione ha confermato i 53 anni di carcere per gli otto componenti del clan Di Silvio coinvolti nell'inchiesta "Alba Pontina". La sentenza definitiva è arrivata questa mattina dopo l'udienza di ieri nel corso della quale erano stati discussi i ricorsi presentati dai legali degli imputati contro il verdetto della Corte di appello di Roma del 2 ottobre 2023.

I giudici della Supremma Corte hanno dunque confermato per il capo famiglia Armando Lallà Di Silvio 20 anni di carcere; per la moglie Sabina De Rosa 13 anni e quattro mesi; per Francesca De Rosa 2 anni e nove mesi; per Genoveffa Di Silvio 4 anni; per Angela Di Silvio 5 anni;  per Giulia Di Silvio un anno e nove mesi; per Tiziano Cesari 2 anni e cinque mesi; infine per Federico Arcieri 3 anni e quattro mesi. Le accuse nei confronti dei componenti del gruppo criminale di Campo Boario erano a vario titolo associazione di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, violenza privata, favoreggiamento, intestazione fittizia di beni, riciclaggio e reati elettorali previsti dal Codice antimafia. Secondo la ricostruzione dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia che hanno coordinato l'indagine che aveva portato all'arresto di 25 persone, i reati erano stati commessi con la predisposizione del metodo mafioso in ogni aspetto: dalle armi alle intimidazioni e poi atti incendiari, danneggiamento, fino alla capacità di rapportarsi con altri gruppi criminali di mafosità tradizionale, come i casalesi, di darsi poi una struttura, una governance, regole e sanzioni in caso di violazioni.  Di fatto gli esponenti del clan avevano monopolizzato il territorio attraverso estorsioni sistematiche a tappeto. E la modalità di azione mafiosa è stata riconosciuta in tutti e tre i gradi di giudizio.

Tre le parti civili ammesse nel procedimento: l'avvocato Francesco Cavalcanti per il Comune di Latina, l'avvocato Carlo D'Amata per la Regione Lazio e l'avvocato Felicia D'Amico per conto dell’Associazione ‘Caponnetto’ alle quali è stato riconosciuto un risarcimento rispettivamente di 40mila euro, 30mila euro e 10mila euro. 

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