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Messa di Capodanno, il vescovo Crociata: "La pace ha bisogno di memoria e di speranza"

Il messaggio durante la messa per gli amministratori pubblici e i rappresentanti delle parti sociali in occasione della 53esima Giornata Mondiale della Pace

Omelia del vescovo Mariano Crociata questa sera, alle 18, alla cattedrale San Marco di Latina. Il vescovo ha presieduto la messa per gli amministratori pubblici e i rappresentanti delle parti sociali in occasione della 53° Giornata Mondiale della Pace, poi ha consegnato alle autorità presenti la copia del messaggio di Papa Francesco.

messa capodanno 2-2

Senza la pace, nessun bene è possibile – ha detto il vescovo in uno dei primi passaggi della sua omelia - perché nessun bene può essere goduto; con la pace, anche la mancanza di un bene può essere sopportata nell’attesa di un suo futuro raggiungimento. La pace è il primo di tutti i beni e la condizione del loro possesso e godimento. Senza pace non c’è nemmeno vita, perché è la vita stessa ad essere minacciata. Ma come tutte le cose preziose, anche la pace rischia di essere apprezzata quando manca, e quasi dimenticata quando invece c’è; e la dimenticanza rende estranei e nemici.  Il nostro Paese, dopo il più lungo periodo di pace seguito a uno dei conflitti mondiali in assoluto più sanguinosi, è minacciato, più che da pericoli esterni, dall’interno, a causa della superficialità e della dimenticanza di molti dei suoi cittadini”. Arriva dunque quanto mai opportuno il messaggio di Papa Francesco, il cui titolo riassume la varietà dei temi che tocca: “La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”. Un messaggio che riflette anche la visita recentemente compiuta dal papa in Giappone, in particolare alle città di Hiroshima e Nagasaki, tristemente famose per essere diventate obiettivi militari per il lancio delle prime bombe atomiche.

Un segnale inquietante di tale pericoloso oblio viene, non solo in Italia – prosegue - dai ripetuti rigurgiti di antisemitismo. La memoria di cui la pace ha bisogno non è solo il ricordo di fatti passati; non è cioè la memoria nozionale, quella che fa conoscere le informazioni sul passato. Simile genere di memoria rimane alla superficie, perché non tocca le dimensioni profonde della persona; la memoria di cui la pace ha bisogno è quella che fa vibrare le corde del cuore e della sensibilità della persona. Per questo non è del tutto vero il detto latino: historia magistra vitae, la storia maestra di vita. In realtà la storia non insegna niente se non si vuole imparare. Ci vogliono allievi attenti e sensibili perché la storia diventi maestra. Qual è allora la memoria di cui ha bisogno la pace? Non la memoria cognitiva, ma la memoria esperienziale, quella che non si ferma a richiamare il passato, ma ne riconosce gli effetti nelle condizioni del presente e se ne lascia toccare. La memoria viva sa guardare in profondità il presente e rende sensibili alle sue sofferenze e alle persone che le portano, perché le sofferenze sono conseguenza e causa delle guerre del passato e del presente. Non è forse di questo genere la memoria che ci riportano i nostri militari impegnati in missioni di pace in paesi belligeranti o devastati dal terrorismo? Non è tale la memoria che ci trasferiscono i disgraziati che fuggono dai loro paesi spesso sotto le bombe o inseguiti da una violenza inaudita? Diventare sensibili alle sofferenze altrui significa avvertire l’esigenza di alleviarle per consentire condizioni di pace per tutti. Di fronte alle sofferenze, la pace scopre di avere bisogno non solo di memoria ma anche di speranza. Da credenti dovremmo imparare a sperare in grande, a prefiggerci mete alte. Non raggiungiamo grandi risultati perché non ci proponiamo grandi obiettivi”.

Un appello quindi all’impegno della società civile: “Rinnovo qui l’appello a un patto educativo che veda tutte le aggregazioni e i soggetti sociali sentirsi interpellati e adoperarsi perché le nuove generazioni crescano al meglio delle loro possibilità umane, non solo fisiche e materiali, ma inseparabilmente anche intellettuali, morali e spirituali. Infine, le istituzioni hanno la grande responsabilità di favorire e rendere possibile la crescita della società civile nella sua capacità di libera iniziativa aggregativa come motore di nuova socialità e di crescita nella solidarietà. Il messaggio ci dice che «non si ottiene la pace se non la si spera» e che «si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace». Noi vogliamo essere tali persone e tali credenti, che credono e sperano nella pace, nel grande mondo delle nazioni come nel piccolo mondo delle nostre comunità, delle nostre città e dei nostri territori”.

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