Cronaca

Omicidio Moro: un tassello nella faida tra clan. La vittima voleva imporre il suo peso criminale

La ricostruzione del delitto consumato nel 2010 a Latina e quella delle dinamiche criminali tra gruppi rivali: i Ciarelli-Di Silvio da una parte, i gruppi non rom dall'altro. La risposta spietata e le vendette trasversali

L’omicidio di Massimiliano Moro, quello di Fabio Buonamano avvenuto qualche giorno più tardi e poi il tentato omicidio Gianfranco Fiori, altro uomo di fiducia di Moro, sono la risposta spietata del clan rom delle famiglie Ciarelli- Di Silvio all’agguato subito da Carmine Ciarelli, figura apicale del gruppo, la stessa mattina del 25 gennaio. Il delitto consumato in un appartamento a Largo Cesti, a Latina, quartiere Q5, è dunque considerato, dal gip che ha firmato l’ordinanza dei quattro arresti eseguita ieri mattina dagli investigatori della Mobile, un tassello all’interno della feroce faida tra clan rivali che puntavano ad acquisire il pieno controllo delle attività criminali del territorio. Un potere conquistato a mezzo di delitti e vendette trasversali.

Agguati e omicidi: le immagini della guerra criminale

L'obiettivo di Moro: conquistare il potere criminale e sostituirsi ai clan rom

Secondo quanto ricostruito nelle pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti di Simone Grenga, Andrea Pradissitto, Ferdinando “Furt” e Ferdinando “Macù” Ciarelli, Moro si sentiva abbastanza forte per assumere il controllo della piazza di Latina esautorando le famiglie rom. Dopo aver trascorso diversi anni all’estero nel timore di essere condannato per l’omicidio di Raffaele Mucillo, per il quale è stato poi assolto, era rientrato a Latina nel 2005 con il preciso intento di dimostrare il proprio peso criminale e si era quindi circondato di persone di fiducia, giovani da “addestrare” e formare per affermarsi nel capoluogo. Già nel 2007, tre anni prima dell’agguato a Carmine, riteneva evidentemente di essere diventato abbastanza forte da attaccare “i padroni di Latina” e aveva ideato con i suoi sodali un’azione di forza dei confronti del clan rom dopo uno schiaffo subito per un debito contratto con Ciarelli che non aveva pagato. L’ipotesi di preparare questa azione di forza non andò però a buon fine, fino appunto alla mattina del 25 gennaio del 2010, quando nei confronti di Carmine Ciarelli vennero esplosi sette colpi di arma da fuoco. Moro, per manifestare solidarietà alla famiglia, si era recato perfino in ospedale dove la vittima era ricoverata. Non pensava di essere colpito a sua volta e non immaginava che la sera stessa avrebbe aperto la porta di casa sua ai killer.

Il delitto del 25 gennaio 2010

Gianfranco Fiori, il suo uomo di fiducia che poi scampò a un tentato omicidio a giugno dello stesso anno, descrive Moro come una persona riservata, che trascorreva molto tempo in casa e che soprattutto non si fidava di nessuno, tanto da aver tolto qualsiasi riferimento al suo nome sul citofono del palazzo in cui abitava. Eppure quella sera, poco prima di essere ucciso, appariva tranquillo. Aveva evidentemente aperto la porta a chi stava per ucciderlo ed era stato colpito mentre era di spalle, davanti alla cucina a preparare un caffè, con due proiettili al collo e alla nuca.

Il metodo mafioso

La faida consumata in quell'anno a Latina era condotta con chiare modalità mafiose. E i quattro soggetti arrestati per l'uccisione di Moro sono appunto accusati di omicidio con l'aggravante della premeditazione, con metodo mafioso e con finalità di agevolazione mafiosa. Dopo undici anni e nuove indagini riaperte dalla Dda di Roma, dopo che le prime erano state archiviate dal gip sei anni fa per mancanza di prove, è possibile delineare con maggiore chiarezza le dinamiche criminali di Latina, gli equilibri nella gestione degli affari sul territorio, in particolare usura, estorsioni e droga. Ed è possibile provare che proprio quelle dinamiche abbiano determinato l'affermarsi di un'organizzazione che agiva con le stesse modalità dei clan di mafia.

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