Venerdì, 19 Luglio 2024
L'indagine

Di Silvio, nel mirino il terzo ramo della famiglia: gli affari gestiti nella casa di Campo Boario

Gli affari del clan ricostruiti dai collaboratori di giustizia e dalle dichiarazioni spontanee di uno dei componenti

L'arresto di otto componenti del clan Di Silvio -Ferdinando Di Silvio detto Macciò, Giovina Di Silvio detta Anna o Piki, Antonio Di Silvio detto Cavallo, Salvatore Di Silvio detto Piccolo, Antonio Di Silvio detto Pippino, Stefania De Silvio, Sabiuccia Di Silvio detta Cucca e Sabiuccia Di Silvio detta Mammona- e la misura cautelare del divieto di dimora per tre donne (Rubina Di Silvio detta Cerella, Giovina Di Silvio detta Paparella ed Ermana Pagliaroli, le prime due sorelle di Macciò, l’ultima compagna di Cavallo) ha acceso i riflettori sul terzo ramo della famiglia, ancora attivo dopo le operazioni Scarface e Alba Pontina che avevano sgominato rispettivamente il clan che faceva capo a Giuseppe Romolo e quello di Armando "Lallà". 

Questa volta invece il traffico di stupefacenti faceva capo a Ferdinando, detto Macciò, figlio di Carmine "Lallo" Di Silvio, il terzo capostipite della famiglia (non indagato però in questa indagine). E' il 47enne a gestire il business della droga nella sua abitazione di via Giulio Cesare, a coordinare l'attività portata avanti dai suoi stretti familiari, a sovrintendere al confezionamento e alla distribuzione dello stupefacente. Tutto, contando sui legami familiari più stretti ed evitando confitti e contrasti con i fornitori.

In casa sua si trattava esclusivamente cocaina, disponibile nell'appartamento solo nella quantità da spacciare in giornata e per il resto custodita da altri familiari o nelle stalle vicine. Il volume di affari era considerevole: fino a un chilo e mezzo di droga alla settimana, per un guadagno che, secondo la ricostruzione dei collaboratori di giustizia, poteva aggirarsi anche sui 25mila euro al mese. Tutti i membri dell'associazione e quindi della famiglia partecipavano al confezionamento e alla vendita al dettaglio delle dosi, ma alle donne, in particolare le "zitelle", come venivano definite le sorelle di Macciò, era riservato in particolare il ruolo di vedette. Fuori dall'abitazione protetta da telecamere, avevano il compito di avvisare per tempo chi era all'interno dell'eventuale arrivo delle forze dell'ordine, così da consentire al gruppo di disfarsi tempestivamente dello stupefacente in caso di perquisioni. 

L'indagine condotta dai carabinieri del nucleo investigativo e coordinata dalla Dda di Roma copre un arco temporale compreso tra il 2021 e il 2022, periodo nel quale il gruppo di Macciò era attivo nello stesso quartiere, quello di Campo Boario, in cui operavano anche gli altri rami della famiglia, con i quali c'era un patto di reciproco rispetto e interferenza. Gli affari dunque andavano bene anche per questa parte della famiglia, che fino a ieri aveva continuato ad agire sotto traccia e non era mai stata toccata dall'attività investigativa della Dda. Le nuove indagini sono però scaturite dalle dichiarazioni dei già noti collaboratori di giustizia, ma anche dalle dichiarazioni spontanee rese da uno dei componenti della stessa famiglia che, pur con ruoli secondari, conosceva tutte le dinamiche interne al gruppo e gli affari di Ferdinando e Antonio Di Silvio.

A dare poi riscontro alle ricostruzioni sono state le attività di intercettazione e osservazione disposte dai carabinieri, anche con l'uso di telecamere installate nei punti strategici dei due quartieri cittadini in cui era stato organizzato lo spaccio.

L'operazione dei carabinieri tra Nicolosi e Campo Boario - Il video

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