Operazione Dirty Glass, la finta tangente e la truffa da 600mila euro a Luciano Iannotta

Dalle carte dell'inchiesta emerge un episodio inquietante. La busta con il denaro viene scambiata con un'altra contenente soldi falsi

Una tangente da 600mila euro per prendere un appalto che si rivelerà però una truffa ordita ai danni di Luciano Iannotta, l'imprenditore pontino travolto dall'inchiesta Dirty Glass. L'episodio è riportato nelle carte dell'inchiesta e vede coinvolto anche Natan AltomareQuest'ultimo interviene come intermediario per un grosso appalto da 20 milioni di euro per una fornitura di cassonetti per la raccolta dei rifiuti. Il primo passo per ottenere l'appalto è la corruzione di un sedicente funzionario della Regione Lazio. Si prepara dunque una tangente da un milione di euro, con una prima tranche da 600mila euro.

Il denaro proveniva dai "napoletani", cioè dai fratelli Gennario e Antonio Festa, anche loro arrestati ieri dalla squadra mobile. Il presunto funzionario intende però accertarsi che il denaro esista davvero e così viene organizzato un incontro presso la Corte di Conti, con la complicità di un dipendente infedele che mette a disposizione un ufficio della sede chiedendo in cambio 50mila euro. Il luogo di incontro non a caso viene spostato dallo studio di un notaio agli uffici della Corte dei Conti. Questo è infatti lo strategemma utilizzato dai finti intermediari per truffare Iannotta. Durante l'incontro succede qualcosa che l'imprenditore non poteva neanche sospettare. La busta contenente il denaro viene scambiata con un'altra uguale ma piena di soldi falsi. Ed è proprio con le banconote false che torna a casa Iannotta. "Ci hanno truffato Chicco!" dice al telefono ad Altomare. "Cioè quello ha ficcato dentro la busta un pacco e ne ha cacciato un altro che già era pronto. E mi ha rifilato seicentomila euro falsi. Ti ho mandato la foto!". 

L'obiettivo a questo punto, per l'imprenditore pontino, è trovare i responsabili. E' per questo episodio che alla fine vengono sequestrati i due intermediari, condotti nel capannone della Akros Holding, a Sonnino, e minacciati con un'arma.

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