Sabato, 15 Maggio 2021
Cronaca

Operazione 'Movida', per il Riesame i Di Silvio agivano con metodo mafioso

I giudici hanno confermato le accuse nei confronti di quattro componenti del clan accusati di estorsioni e violenza privata

Il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato quasi integralmente l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di quattro dei cinque componenti del clan Di Silvio arrestati nelloperazione ‘Movida’ il 7 dicembre scorso.

I giudici della Libertà hanno riformato solo in parte quell’ordinanza confermando le modalità mafiose con le quali si muovevano Costantino Di Silvio detto Costanzo, 57 anni; Antonio Di Silvio detto Patatino, di 28 anni; Ferdinando Di Silvio detto Prosciutto, 23enne; Ferdinando Di Silvio detto Pescio, 19 anni e Luca Pes, 30 anni, chiamati a rispondere a vario titolo di violenza privata, rapina ed estorsione aggravata dal metodo mafioso.

A presentare ricorso erano stati i legali di quattro componenti del gruppo colpiti da provvedimento cautelare: Costantino Di Silvio, Ferdinando Di Silvio detto Prosciutto e Ferdinando Di Silvio detto Pescio. Il Tribunale della Libertà ha invece annullato l’ordinanza in riferimento ad un singolo capo di imputazione riferito ad un episodio di estorsione contestato a Costantino Di Silvio e ha concesso a Ferdinando Di Silvio detto Pescio il beneficio degli arresti domiciliari con l’obbligo del braccialetto elettronico, misura peraltro già concessa dal gip respingendo per tutti gli altri capi la richiesta di annullamento. L’inchiesta coordinata dalla Dda di Roma e condotta dalla Squadra mobile di Latina, insieme al Servizio centrale operativo e alla squadra mobile di Roma grazie al racconto di alcuni pentiti, ha scoperto come il gruppo si muoveva nel capoluogo pontino con richieste di denaro e estorsioni in cambio di protezione facendosi forte dell’appartenenza al clan Di Silvio: commercianti e semplici cittadini venivano completamente assoggettati e per paura non avevano mai denunciato. Un comportamento, ha scritto il gip del Tribunale di Roma nell’ordinanza "tipicamente riconducibile alle mafie tradizionalmente intese, e caratterizzato in primo luogo dalla prospettazione di ogni ritorsione alle vittime in chiave plurale, dal riferimento esplicito al clan quale segno di appartenenza al sodalizio, per esaltare l'efficacia intimidatoria delle condotte ed al riferimento ai gravi precedenti giudiziari degli appartenenti al gruppo”.

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