Processo Alba Pontina, Pugliese racconta: “Ho deciso di collaborare per non essere ammazzato"

Il pentito in aula: "Troppi mi volevano morto, non volevo fare la stessa fine di Massimiliano Moro"

Avevo paura di essere ammazzato, di fare la stessa fine di Massimiliano Moro perché in troppi ormai mi volevano morto. Per questo ho deciso di collaborare con gli investigatori e uscire dalla mia storia e dalla mia famiglia. Non è stato facile perché tutti ora mi considerano una spia, un infame ma è stata la scelta giusta”.  Le parole di Renato Pugliese risuonano nell’aula della Corte di assise di Latina dove è in corso un’udienza del processo Alba Pontina.

Pugliese racconta: minacce anche per controllare il prezzo del pesce al mercato

Il figlio di Costantino Cha Cha Di Silvio, collegato in videoconferenza, risponde alle domande dell’avvocato Oreste Palmieri – legale di Armando Lallà Di Silvio - e racconta la sua decisione di diventare collaboratore di giustizia. “Sapevo troppe cose e davo fastidio – spiega – e sono sicuro che mi avrebbero tolto di mezzo come è accaduto al mio amico Massimiliano Moro. Erano in molti a volermi morto: gli albanesi giravano con la mia foto e un giorno o l’altro me l’avrebbero fatta pagare; alcuni collaboratori di Gennaro Amato, il clan Fasciani di Ostia al quale avevamo rubato un grosso carico di cocaina e anche molti esponenti della criminalità locale. La mia è stata una decisione sofferta ma se non l’avessi presa ci sarebbero state altre guerre tra gruppi e altre vittime”.

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Pugliese racconta di avere stretto un rapporto di amicizia con un poliziotto della Questura di Latina già dal 2014 e di essere poi arrivato alla decisione di collaborare nel 2016, dopo essere stato arrestato per l’ennesima volta. “Una decisione sofferta – sottolinea – dopo tanti anni di strada, ero un criminale ma nessuno mi ha fatto pressioni, ho deciso io di intraprendere questo percorso e non sono pentito”

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