Processo Alba Pontina, le vittime del clan Di Silvio raccontano in aula tutte le minacce

Udienza contro il clan di Campo Boario accusato di associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso. E Armando in collegamento dal carcere replica: "Sono un galantuomo"

E’ stata un’udienza completamente dedicata ad ascoltare le vittime del clan Di Silvio quella del processo Alba Pontina a carico di Armando Lallà Di Silvio, della moglie Sabina De Rosa, Angela, Genoveffa e Giulia Di Silvio e Francesca De Rosa e poi Tiziano Cesari e Federico Arcierit.

In aula fino al pomeriggio di oggi davanti al Tribunale di Latina presieduto da Gian Luca Soana, chiamati dai pubblici ministeri Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro, hanno sfilato imprenditori, commercianti e professionisti del capoluogo pontino che hanno ricostruito le minacce subite da diversi esponenti e affiliati della famiglia di Campo Boario. Dei quali qualcuno peraltro, come ha detto chiaramente in aula, ha ancora paura.

Il primo a parlare è stato l’imprenditore che aveva preso in gestione un ristorante a Sermoneta e che era stato vittima di una estorsione per la quale Ferdinando Pupetto e Samuele Di Silvio sono già stati condannati con l’aggravante del metodo mafioso. Una vicenda che vedeva imputati anche Renato Pugliese e Agostino Riccardo che hanno già patteggiato la pena e nel frattempo sono diventati collaboratori di giustizia. Il ristoratore ha raccontato nuovamente i passaggi di quella estorsione, poi è stata la volta del titolare di una palestra vittima delle minacce non solo di Gianluca Di Silvio ma anche di Agostino Riccardo  che esigevano da lui del denaro e minacciavano anche di fargli fare del male “da persone campane” con cui avevano contatti, minaccia poi ritirata anche se le richieste di qualche “regalino” da parte di Riccardo erano diventate pressanti. Ha raccontato di avere  paura ancora oggi la dipendente di un negozio di viale Le Corbusier dove le donne del clan Di Silvio pretendevano di pagare la merce ad un prezzo inferiore alla metà del valore e minacciavano di far intervenire il marito. Tanto che la donna dopo avere sporto denuncia in Questura aveva anche provato a ritirarla. Dichiarazioni alle quali il capo famiglia Armando Lallà Di Silvio ha voluto replicare in collegamento dal carcere dove è detenuto per negare e per sottolineare che lui “è un galantuomo e non si rivolge in quel modo a una signora”.

E poi ancora ha parlato il titolare di un’agenzia di infortunistica stradale i cui familiari erano stati sequestrati da Riccardo e da alcuni esponenti della famiglia Di Silvio ai quali si era rivolta una rumena per recuperare un risarcimento per incidente stradale. Una vicenda risolta con una telefonata a Armando che ha risolto il “contenzioso”.

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