Processo per caporalato, no alla richiesta di costituzione di parte civile del Comune

Nel procedimento a carico dei titolari dell'azienda di Borgo Sabotino il giudice non ha ritenuto ci fosse un danno di immagine per l'amministrazione

Il Comune di Latina non sarà parte civile nel procedimento a carico dei titolari dell’azienda Di Bonito chiamati a rispondere di sfruttamento del lavoro.

La richiesta presentata infatti ieri mattina in udienza è stata respinta dal giudice monocratico del Tribunale Assunta Sergio che valutando l’istanza ha ritenuto che la situazione non determinasse alcun danno all’immagine dell’amministrazione. L’inchiesta risale al novembre 2017 quando in seguito ad un controllo nella ditta agricola di Borgo Sabotino vennero trovati due lavoratori non in regola, con retribuzioni molto basse senza contributi previdenziali. Ai titolari viene contestato quindi di aver impiegato in maniera irregolare i due lavoratori sottoponendo gli stessi a sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno. In particolare gli imputati avrebbero reiteratamente retribuito i lavoratori in modo difforme da quanto previsto dai contratti collettivi di settore e comunque in modo sproporzionato rispetto alla quantità di lavoro svolto, senza rispettare il riposo settimanale oltre che l’orario di lavoro. Gli stessi lavoratori, nel periodo in cui avevano prestato attività presso l’azienda, avrebbero vissuto in situazioni di alloggio degradanti e avrebbero subito minacce e imposizioni.

Il Comune di Latina alla vigilia della prima udienza del processo aveva annunciato la sua intenzione di costituirsi parte civile sottolineando come tale condotta, qualora risultasse certificata, sarebbe lesiva di tutta la comunità cittadina. «L’Amministrazione intende difendere l’immagine di Latina quale città ospitale ed inclusiva- aveva spiegato l’assessore Patrizia Ciccarelli - laddove ci si è distinti per le politiche di accoglienza che si stanno mettendo in atto. La costituzione di parte civile ha poi l’obiettivo di stimolare i cittadini a denunciare tali comportamenti illeciti al fine di contrastare la diffusione sommersa del fenomeno considerando che i comportamenti contestati si sono protratti dal 2009 al 2017». Ma il giudice non ha accolto la richiesta non essendoci danno all’immagine del Comune e non avendo dato i lavoratori – che sono parti offese nel processo – il proprio consenso.

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