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Cronaca

"Giuseppe Romolo Di Silvio nella sua casa sulla sedia tipo Scarface e armato"

Il pentito Renato Pugliese ascoltato nel processo a carico del clan del Gionchetto. "Non potevi dirgli di no se no te la vedevi brutta"

Seduto su una sedia tipo quella di ‘Scarface’ per mostrare che se la passava bene e aveva fatto i soldi e spesso armato di pistola anche in casa.

Il pentito Renato Pugliese descrive il potere criminale di Giuseppe Romolo Di Silvio nel processo ‘Scarface’ a carico di sei persone del clan del Gionchetto, quelle che hanno scelto di essere giudicate con il rito ordinario. Si tratta di Ferdinando Di Silvio, Casemiro Cioppi, Daniel De Ninno, Giulia De Rosa, Domenico Renzi e Marco Maddaloni accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, sequestro di persona, furto, detenzione e porto abusivo di armi, tutti aggravati dal metodo mafioso e da finalità di agevolazione mafiosa. Per quasi tre ore ieri pomeriggio il collaboratore di giustizia figlio di Costantino Cha Cha Di Silvio ha risposto alle domande del pubblico ministero della Dda Luigia Spinelli tracciando il profilo di Giuseppe Romolo, una persona alla quale era rischioso dire di no. Pugliese ha iniziato ricordando di avere aiutato lui e la sua famiglia quando “se la passavano male” dopo il 2013. “Andavo a casa loro e quando lui è uscito dal carcere mi ha chiesto di mettere a sua completa disposizione Michele Petillo: quest’ultimo lavorava con me – ha spiegato – ed era il migliore spacciatore della zona dei pub. Una richiesta quella di Romolo alla quale non si poteva dire di no, se lo avessi fatto sarebbe stato un problema, avrei passato brutti momenti e anche Petillo ha dovuto accettare per non vedersela brutta: poteva essere sparato o doveva andare via da Latina. Così lavorava per Romolo anche se guadagnava molto meno di prima”.

Poi ulteriori dettagli sula grande disponibilità di armi molte delle quali erano nascoste in terreno adiacente la casa del Gionchetto, armi per potersi sempre difendere, armi che portava anche a casa. “Quando andavo da lui – ha aggiunto Pugliese – per far vedere che ormai aveva fatto i soldi si sedeva su una sedia tipo quella di ‘Scarface’. E dovevamo lasciare i cellulari all’ingresso per paura di essere intercettati”. A ancora la vendita di 150 grammi di cocaina a 3mila euro quando in realtà nel valeva almeno 7mila. “Non ero soddisfatto ma non me lo volevo fare nemico”. Il processo è stato aggiornato al 3 marzo per concludere l’esame del pentito da parte dell’accusa.

Nel processo sono costituiti parte civili il Comune di Latina rappresentato dall’avvocato Anna Caterina Egeo e l’associazione ‘Caponnetto’ con l’avvocato Licia D’Amico.

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