Direzione investigativa antimafia: una provincia in mano alle cosche e ai Di Silvio

Nella relazione semestrale al Parlamento emergono anche gli interessi delle organizzazioni criminali nello sfruttamento dei braccianti

La provincia di Latina è sempre più un territorio fertile per le attività illecite delle organizzazioni criminali quali il traffico di sostanze stupefacenti, il riciclaggio di denaro sporco e anche gli appalti pubblici.  

E’ quanto emerge dalla relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia al Parlamento che prende in esame la situazione dei territori nel periodo compreso tra luglio e dicembre 2019. Il capoluogo e la provincia di Latina si caratterizzano – si legge nel rapporto - per la compresenza di vari tipi di organizzazioni criminali. Proiezioni di quelle mafiose tradizionali (camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra) convivono e fanno affari con quelle autoctone, anche queste ultime tese a perseguire i propri interessi con modalità mafiose. Il sud pontino si caratterizza così per la presenza di personaggi legati a vari gruppi criminali, partendo da esponenti delle ‘ndrine calabresi dei Bellocco, dei Tripodo, degli Alvaro e dei La Rosa-Garruzzo, e da tempo risultano operative pure proiezioni delle cosche reggine Aquino-Coluccio di Marina di Gioiosa Jonica e Commisso di Siderno. Nella stessa area sono inoltre presenti elementi dei clan camorristici che fanno capo ai Casalesi, ai Bidognetti, ai Bardellino, ai Moccio, ai Mallardo, ai Giuliano, ai Licciardi, ai Senese e agli Zaza. Le attività privilegiate sono il riciclaggio e il reimpiego dei capitali nei settori dell’edilizia e del commercio, ove le risorse risultano investite soprattutto nel circuito agroalimentare e della ristorazione, nonché nell’acquisizione e nella gestione delle sale da gioco“.

Per quanto riguarda il capoluogo pontino la Dia rileva come “le illecite attività delle famiglie Di Silvio e Casamonica devono essere ricondotte nei canoni dell’azione mafiosa“. Il riferimento è alle operazioni Alba Pontina e Alba Pontina 2 dalle quali è emerso che il gruppo criminale dei Di Silvio, “i cui vertici erano costituiti dal capo famiglia e dai suoi 3 figli, ha evidenziato una struttura piramidale imperniata sui legami familiari e sull’innesto di pregiudicati locali, già affermati, e che in precedenza risultavano in organico a gruppi rivali. Le indagini hanno inoltre accertato la compravendita di voti nell’ambito delle consultazioni amministrative del 2016 per i Comuni di Latina e Terracina: alcuni membri del clan provvedevano - dietro compenso - all’affissione dei manifesti elettorali imponendo, grazie alla propria caratura criminale, la scelta di luoghi che garantissero, per posizione ed affluenza di pubblico, maggiore visibilità in favore di quelli dei candidati “sponsorizzati”; inoltre, esponenti del clan inducevano numerosi tossicodipendenti ad esprimere la propria preferenza in favore di alcuni candidati, ricevendo in cambio un compenso in danaro da parte dei committenti ovvero di loro intermediari”. Dall’attività investigativa, si legge ancora nella relazione, è emerso come gli indagati facessero valere la forza di intimidazione di tipo mafioso all’interno di istituti penitenziari, tra l’altro costringendo un soggetto, detenuto presso la Casa Circondariale di Latina, ad effettuare ripetuti pagamenti per conservare la propria incolumità personale.

Per la Dia resta poi “evidente l’interesse delle consorterie criminali all’infiltrazione ed al condizionamento degli ambienti imprenditoriali ed economico-finanziari, a volte con il contributo di professionisti complici”.

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Tra le novità di questa relazione emerge come lo sfruttamento dei braccianti clandestini nelle aziende agricole pontine, “favorito dalla presenza di un consistente numero di cittadini extracomunitari, soprattutto provenienti dai Paesi del sub-continente indiano”, sia diventata un’attività sulla quale i gruppi criminali hanno messo le mani.

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