Trasfusioni con sangue infetto: risarcimento da 620mila euro agli eredi di un carabiniere

Quattro battaglie legali vinte. La storia riguarda un militare in pensione del capoluogo, poi deceduto prima delle sentenze. Tutte le analogie con il covid

Una battaglia legale iniziata nel 2008 quando un carabiniere in pensione di Latina ha chiesto al tribunale il riconoscimento dell’indennizzo in favore di soggetti danneggiati da trasfusioni di sangue infetto. L’uomo aveva infatti subito una trasfusione negli anni ’70 all’ospedale di Pieve di Cadore, ma la prima causa non era andata bene e il suo legale, l’avvocato Renato Mattarelli, ha dovuto ricorrere alla Corte d’Appello di Roma, che nel 2013 ha finalmente riconosciuto l’indennizzo richiesto, circa 800 euro al mese. Una seconda e più complessa battaglia legale è iniziata però nel 2012 quando il militare ha chiesto al tribunale di Roma di condannare il ministero della Salute per tutti i danni subiti a seguito delle gravi infezioni di epatite da emotrasfusioni. Un ulteriore risarcimento è stato ottenuto purtroppo solo dopo la sua morte, avvenuta nel 2016, non soltanto per la cirrosi epatica ma anche per la vita rovinata, con una sindrome depressiva dovuta alla consapevolezza del contagio. Il ministero è stato condannato a sborsare circa 400mila euro ma il carabiniere di Latina è deceduto qualche mese prima delle sentenza. La terza battaglia legale è stata avviata invece dai suoi eredi e terminata con il pagamento di 78mila euro, mentre nel 2018 gli stessi eredi, assistiti dall’avvocato Mattarelli, hanno contestato al ministero della Salute non soltanto i danni patiti dal loro congiunto in vita ma anche il danno subito personalmente dalla sua morte. In questo caso si è proceduto a una transazione evitando una nuova causa e un’ulteriore condanna e così, nei giorni scorsi, è arrivata la proposta: il pagamento a saldo e stralcio di circa 620mila euro per i parenti dell’uomo.

“Quello del sangue infetto – ha commentato il legale – resterà ancora per molti anni una delle principali piaghe sanitarie che hanno fatto vergognare lo Stato italiano per le sue gravi omissioni nei controlli del sangue per uso terapeutico, in particolare nel periodo che va dalla metà degli anni ’60 a metà degli anni ‘90”.

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Ma a proposito dello scandalo del sangue infetto, l’avvocato Mattarelli individua una serie di analogie con la situazione legata al contagio da Covid-19. “Anche se apparentemente distanti infatti – spiega - i casi di sangue infetto e quelli da Covid-19 hanno invece delle grandi similitudini riassumibili sinteticamente nella mancata attuazione del piano sanitario sulla prevenzione e gestione delle pandemie del Ministero della Salute. Gli obiettivi di sanità pubblica non sono stati rispettati già dalla fase 0 del periodo interpandemico per sottovalutazione del rischio: i livelli 0 e 1 e a calare tutte le fasi successive non furono attivate e non avrebbero identificato i rischi. Nella fase iniziale interpandemica, che nel caso italiano corrisponde più o meno al mese di febbraio, si sottolinea nel piano la necessità di individuare “appropriati percorsi per i malati o sospetti tali” e “censire le disponibilità di dispositivi meccanici per l'assistenza ai pazienti. Carenza prolungata dei dispositivi per la ventilazione, ritardo nella tempestiva attuazione del lockdown nazionale, ritardo nella dichiarazione dell’emergenza del 31 gennaio e omessa informazione alla popolazione dei rischi di immediato contagio. Secondo indiscrezioni il documento contiene tre scenari per l'Italia, uno dei quali troppo drammatico per essere divulgato senza scatenare il panico tra i cittadini. Lo scenario peggiore avrebbe previsto tra i 600 mila e gli 800 mila morti. C’è poi l’imprudente disposizione del Ministero della Salute di far di ometter le autopsie sui deceduti da Covid-19 impedendo e ritardando la scoperta della potenziale utilità dell'eparina per sconfiggere il Covid-19; la negligente decisione di sottoporre a test solo i sintomatici per poi scoprire che l’80% dei contagi proveniva proprio dagli asintomatici non testati; la mancata e prolungata assenza di dispositivi di protezione del personale sanitario”.

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