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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca

Trasferimento per assistere il figlio disabile negato, il Tribunale condanna H&M

La dipendente aveva chiesto di rimanere definitivamente nel punto vendita di Latina ma l'azienda non lo ha concesso. Ma il giudice le ha dato ragione

Le avevano negato il trasferimento richiesto per poter assistere il figlio piccolo portatore di handicap ma alla fine la sua battaglia legale si è conclusa con una vittoria visto che il Tribunale ha condannato H&M a trasferire la lavoratrice in maniera immediata e definitiva presso il punto vendita di Latina. La vicenda era iniziata  nel novembre 2018, quando la donna era stata trasferita dal capoluogo pontino a Serravalle Scrivia in provincia di Alessandria ma dopo qualche mese è stata costretta a ritornare a Latina per assistere la madre malata. Il trasferimento temporaneo con una riduzione oraria da 40 ore settimanali a 20 concesso dall’azienda - al fine di poter assistere il figlio minore di 8 anni portatore di handicap - prevedeva però una data di scadenza fissata a dicembre 2020, motivo per cui la dipendente ha chiesto un trasferimento definitivo nel capoluogo pontino. H&M invece ha continuato in questo lasso di tempo ad assumere personale e ha rigettato la sua richiesta giustificando la non volontà al trasferimento con “l’impossibilità di incrementare il monte ore del punto vendita di Latina in via definitiva, in un periodo di crisi generale conseguente alla nota situazione pandemica”.

La lavoratrice attraverso la Filcams CGIL Frosinone Latina, ha portato in Tribunale H&M e il giudice ha condannato la società, ordinando il trasferimento immediato e definitivo della lavoratrice oltre al pagamento delle spese legali. Per il giudice “la società ha posto a fondamento del diniego al trasferimento anelato dalla ricorrente, una propria scelta imprenditoriale senza però spiegarne e documentarne le ragioni economiche ed organizzative che la giustificherebbero. Non è stato offerto al processo, insomma, alcun elemento che consenta al Tribunale di verificare se il trasferimento della ricorrente – scrive ancora il giudice - sarebbe davvero in grado di ledere, in maniera significativa, le esigenze economiche, organizzative e produttive del datore di lavoro, traducendosi in un danno per l’attività della parte datoriale”.

“Siamo soddisfatti del risultato ottenuto per la lavoratrice e per il suo bambino – sottolinea in un comunicato la Filcams Cgil - e ci auguriamo che chiunque si trovi in una situazione simile, ci contatti per risolvere qualsiasi ingiustizia esercitata dalle aziende e ci auguriamo che i datori di lavoro imparino, attraverso questa sentenza, che le persone non sono solo numeri di loro proprietà, ma che ognuno ha una storia personale”.


 

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