Martedì, 16 Luglio 2024
Cronaca

“Satnam era a terra senza un braccio, Antonello urlava ‘è morto’”: il disperato racconto di Soni

L’incidente, il tragitto in furgone e poi il bracciante abbandonato in strada davanti casa. La drammatiche parole della moglie: “Sono sicura che mio marito era vivo, l'ho visto respirare”. Un altro testimone: “Quell’uomo con il dito ci fece segno di stare zitti”

“Antonello urlava le frasi ‘è morto! è morto!’ mentre mio marito si trovava a terra con l'arto superiore destro tranciato. Ho visto che aveva subito anche delle lesioni a entrambe le gambe. Nell'immediatezza ho chiesto ad Antonello di chiamare i soccorsi ma lo stesso continuava a dire le frasi ‘è morto! è morto!’”: è straziante al testimonianza resa da Soni, la moglie di Satnam Singh, presente nel pomeriggio di quel 17 giugno nell’azienda agricola di Borgo Santa Maria dove c’è stato l’incidente che poi è costato la vita al bracciante 31enne di origini di indiane. 

Urlava, disperata cercava qualcuno che potesse aiutare il marito, che chiamasse i soccorsi. Ma nessuno ha fatto nulla; né Antonello Lovato e neanche i due lavoratori che in quel momento erano con loro. Ascoltata due volte dai carabinieri che stavano conducendo le indagini, le testimonianze di Soni sono presenti negli atti con cui la Procura di Latina ha chiesto e ottenuto dal gip il carcere per l'imprenditore titolare dell’azienda agricola dove lavorava Satnam Singh morto due giorni dopo l’incidente. 

Quel pomeriggio lei era lì e ha drammaticamente assistito alle fasi agghiaccianti dell’incidenti e poi ai mancati soccorsi da parte di Lovato che, come riportato anche nella stessa ordinanza, sono risultati fatali per il giovane lavoratore agricolo. Nella prima delle due testimonianze, proprio il 17 giugno quando Satnam non è ancora deceduto, Soni spiega che da due anni la coppia viveva nella provincia pontina e che dopo essersi trasferita a Cisterna aveva iniziato a lavorare per l’azienda di Lovato; orendevano 6 euro l'ora per lavorare 8/9 ore al giorno. Poi entra più nel dettaglio. “In questo periodo ci occupiamo di sistemare il telo ‘film plastico’ lungo il terreno previsto per la piantagione di cocomeri. In particolare, quella mattina io stavo tagliando il materiale mentre mio marito stava assistendo Antonello che si trovava alla guida del trattore”. 

 L’incidente 

Poi il racconto di quella drammatica giornata iniziata alle 5.30 quando marito e moglie in bicicletta si sono diretti verso l’azienda dove hanno iniziato a lavorare prima occupandosi della raccolta delle zucchine, poi alla sistemazione del “film plastico”. “Mentre io ero addetta a tagliare il materiale, mio marito dava assistenza ad Antonello che si trovava alla guida del trattore a cui era agganciato il macchinario ‘avvolgi-plastica’ a rullo, a pochi metri distante da me. In particolare, quando è successo l'incidente a mio marito, il trattore stava fermo; Antonello stava seduto sul trattore mentre l'avvolgi-plastica era in funzione, dava indicazioni a mio marito delle operazioni che avrebbe dovuto svolgere”.

E il drammatico momento dell’incidente. “All’improvviso ho sentito Antonello urlare e poi ho visto mio marito riverso a terra, accovacciato su se stesso vicino al macchinario. Ho capito in quell'istante che mio marito era stato trascinato all'interno dell'avvolgi-plastica e poi riversato per terra. Nell'immediato, Antonello urlava le frasi ‘è morto, è morto!’ mentre mio marito si trovava a terra con il braccio destro tranciato. Ho visto che aveva subito anche delle lesioni ad entrambe le gambe. Ho subito chiesto ad Antonello di chiamare i soccorsi ma lui continuava a dire le frasi ‘è morto, è morto!’. Solo dopo aver insistito nella mia richiesta Antonello ha preso un furgone di colore bianco, ha caricato mio marito all'interno riponendo il braccio staccato in una cassetta in plastica per poi accompagnarci presso il nostro domicilio. Giunti a casa, un mio connazionale che vive lì con la sorella, visto le condizioni in cui versava mio marito, subito si è attivato per richiedere l'intervento dei medici che sono arrivati poco dopo, soccorrendo mio marito che è stato trasportato con urgenza in una struttura ospedaliera". Arrivati davanti casa, continua la giovane donna, "Antonello ha preso in braccio mio marito e lo ha portato davanti all'ingresso. Poi si è allontanato velocemente”. Alla domanda se dopo l’incidente il datore di lavoro si fosse adoperato a chiamare i soccorsi la risposta è stata: “No assolutamente”. 

Il drammatico tragitto verso casa 

Nella seconda testimonianza, quella del 20 giugno, giorno successivo alla morte di Satnam Singh, Soni dopo aver spiegato in cosa consistesse il loro lavoro ha raccontato quanto accaduto dopo l’incidente. “Ho subito chiesto a tutti di chiamare un'ambulanza, mentre Antonello continuava ad urlare ‘è morto, è morto’. Nessuno ha fatto nulla”. In quella circostanza Soni ha chiesto anche alle altre persone presenti di chiamare i soccorsi, supplicando un collega: “tu sei mio fratello, aiutami”, gli ha detto. “Sono sicura che mio marito era vivo, l'ho visto respirare, in maniera regolare in alcuni momenti più velocemente, fino a quando eravamo a casa. Pur non parlando, rimanendo immobile e avendo gli occhi semichiusi. Erano tutti pietrificati, immobili, nessuno ha fatto nulla”, ha raccontato ancora Soni che poi si è soffermata su Lovato. “Antonello continuando a dire ‘è morto’, è andato a prendere il furgone parcheggiato credo a circa 60 metri dal trattore dopodiché, giunto sul posto, ha raccolto mio marito e lo ha caricato sul furgone”. A quel punto è salita anche Soni. Satnam Singh è stato caricato nella parte posteriore del mezzo dove c'era anche la moglie. “Non saprei dire se ci fosse qualcuno nella parte anteriore del furgone oltre ad Antonello che lo guidava, sono stati attimi di panico; chiedevo anzi urlavo, nella mia lingua, di fermarsi per chiamare un’ambulanza”. Poi l'arrivo davanti casa a Cisterna. “Antonello ha aperto il portellone posteriore del furgone e ha preso mio marito per riporlo a terra davanti alla nostra abitazione”. Soni, come ha raccontato, è scesa inseguendo Lovato continuando ad urlare di chiamare qualcuno. “In questo frangente Antonello è tornato al furgone per prendere il braccio amputato di mio marito che ha riposto in una delle cassette che c’erano nel furgone all’ingresso del nostro civico, nei pressi del cancelletto, per poi scappare immediatamente”. 

“Con il dito ci fece segno di stare zitti”

Ma c’è anche un’altra testimonianza attraverso cui è stato ricostruito l’atteggiamento di Lovato in quei momenti. E’ quella di un cittadino indiano che abita a Cisterna. ”L'uomo che guidava il furgone una volta trasportato il mio vicino presso la sua abitazione, iniziava a correre in direzione del furgone. Per comprendere meglio la situazione chiedevo spiegazioni a quest'ultimo ma non mi riferiva nulla". Mentre un'altra persona "parlava già al telefono con gli operatori del 118, l'uomo a noi sconosciuto faceva il gesto del dito davanti la bocca, come per dirci di stare zitti. Dopo aver fatto questo gesto saliva in fretta sul suo furgone e scappava ad alta velocità. Dopo ciò chiamavo anche io il 118 per richiedere un'ambulanza. Successivamente entravo nell'abitazione, per capire cosa gli fosse accaduto e lì notavo che oltre a mancargli completamente il braccio destro sembrava che avesse le gambe rotte. La moglie, nel frattempo, era completamente nel panico”. 

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