Scandalo del sangue infetto, nuovo risarcimento per un paziente di Latina

Il ministero della Salute condannato a risarcire un uomo di 75 anni con 150mila euro, oltre al vitalizio già riconosciuto alcuni anni fa. Nel 1982 gli era stata praticata una trasfusione all'ospedale di Cori

Un risarcimento da parte del ministero della Salute di 150mila euro per un 75enne di Cisterna che cinque anni fa aveva scoperto di essere positivo al virus dell’epatite C. Solo successivamente i medici che lo avevano in cura per una fase ormai avanzata dell’epatite avevano chiesto se l’uomo avesse avuto in passato comportamenti a rischio, come omosessualità, scambio di siringhe, emodialisi o tatuaggi, in realtà mai praticati dal paziente.

Solo dopo aver letto diverse notizie di cronaca, l’uomo ha ricordato che nel 1982 gli erano state praticate diverse trasfusioni di sangue presso l’ospedale di Cori. E ricordò una frase che sentiì dire da un infermiere: “Il sangue che viene da Latina non è buono”.

Così il 75enne, assistito dall’avvocato Renato Mattarelli, dopo aver avviato il ricorso per  l’indennizzo aveva ottenuto un assegno vitalizio dal 2013.  

Ma la nuova sentenza che gli riconosce ulteriori 150mila euro in aggiunta all'indennizzo mensile costituisce una prova che il sangue che gli era stato trasfuso a Cori nel 1982 e proveniente dal centro trasfusionale di Latina era infetto con un grado di elevata probabilità, visto per altro, che non sono state rintracciate (benché richieste dall'avvocato Renato Mattarelli) le schede dei donatori, la cui esibizione avrebbe potuto dare la prova contraria della qualità del sangue somministrato al 75enne.

Nonostante il test del virus dell'epatite C venne approntato nel 1989, e reso obbligatorio per ogni donazione, la sentenza ha accolto la tesi medico-legale e giuridica dell'avvocato Mattarelli secondo cui esistevano già dal 1966 modalità di rilievo indiretto del virus dell'epatite C (prima noto come non A, non B) fra cui l'esclusione dalla donazione di sangue dei donatori con valori enzimatici del fegato elevati, l'obbligo di un test virale di superficie nonché l'obbligo di sottoposizione al calore umido e secco del plasma e degli emoderivati.

È chiaro che se tutto ciò fosse stato fatto e controllato dai sanitari di Cori all'epoca della trasfusioni del 1982, l'uomo di Cisterna non sarebbe stato infettato quando aveva solo 40anni.

“Oggi l’uomo – spiega l’avvocato Matterelli - si è ulteriormente aggravato e si trova in una fase cirrotica che costituisce un nuovo e diverso danno rispetto all'epatite C e per cui probabilmente inizierà a breve una nuova causa per il risarcimento di questo nuovo danno”.

Infatti il decorso naturale del contagio del virus dell'epatite C si evolve con la guarigione spontanea solo del 5% dei contagiati, con la cronicizzazione dell'epatite del 95% degli altri infettati e, fra questi, il 10-15% può evolvere in una cirrosi epatica, come nel caso dell'uomo di Cisterna.

“Questa – conclude l’avvocato Mattarelli - è una delle tante decine di sentenze che riguardano la sanità pontina sul periodo del cosiddetto "Scandalo del sangue infetto" che va ad inserirsi nelle migliaia in Italia”.

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