Sabato, 15 Maggio 2021
Cronaca

Bracciante indiano picchiato e gettato nel canale, a giudizio i titolari dell'azienda agricola

Fabrizio Tombolillo e il figlio Daniele accusati di estorsione, rapina e lesioni aggravate: arrestati due volte dopo la denuncia della vittima

Sono stati rinviati a giudizio per estorsione, rapina e lesioni personali aggravate il 53enne Fabrizio Tombolillo e il figlio 23enne Daniele, entrambi residenti a Terracina e titolari dell’azienda agricola Orticola Tombolillo, arrestati per ben due volte per avere picchiato selvaggiamente un bracciante indiano che aveva chiesto i dispositivi di protezione contro il Covid.

Questa mattina l’udienza preliminare davanti al gup Pierpaolo Bortone nel corso della quale la vittima, accompagnata dal sociologo dell’Eurispes Marco Omizzolo, si è costituita parte civile gli avvocati Arturo Salerni e Silvia Calderoni. Le indagini avevano preso il via a febbraio dello scorso anno dopo che un 33enne indiano si era presentato al pronto soccorso dell’ospedale di Terracina con ferite al capo riconducibili a colpi ricevuti con un corpo contundente, fratture e lesioni personali in varie parti del corpo. Era così emerso che il giovane bracciante dopo aver chiesto al datore di lavoro guanti e mascherina per evitare contagi da Coronavirus era stato licenziato e quando aveva chiesto di essere pagato per il lavoro svolto fino a quel momento era stato minacciato, preso a calci e pugni e gettato in un canale di scolo privo di sensi.

Fabrizio e Daniele Tombolillo erano stati arrestati e poi scarcerati ma le ulteriori indagini condotte dal sostituto procuratore Claudio De Lazzaro avevano portato, a maggio 2020, all’emissione di una nuova ordinanza cautelare che aveva posto il padre ai domiciliari – dove si trova tuttora – e imposto al figlio gli obblighi di firma. I controlli all’interno dell’azienda di Borgo Hermada hanno portato alla luce “un sistematico sfruttamento economico, con condizioni di lavoro difformi alla vigente normativa in materia di sicurezza e sanitaria". I braccianti erano costretti a lavorare anche 12 ore al giorno, tutti i giorni della settimana, festivi compresi, senza riposo e senza congedi per malattia, in cambio di 4 euro l'ora. Ai braccianti, tra l'altro, in busta paga veniva contabilizzato soltanto un terzo delle giornate di lavoro effettivamente prestate e nessuno era provvisto dei dispositivi a tutela della normativa di sicurezza e dell'igiene.

Stamattina l’udienza preliminare a conclusione della quale i due, assistiti dall’avvocato Giuseppe Fevola, sono stati rinviati a giudizio.

 

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