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Don Pasquale al D’Annunzio: quando l’Opera sposa la quotidianità

Doppio spettacolo mattutino al D’annunzio per le scuole, prima della replica conclusiva per il pubblico adulto del Don Pasquale, opera buffa di Gaetano Donizetti

È andato in scena questa mattina il primo dei due spettacoli per le scuole del Don Pasquale di Donizetti, che sarà replicato nuovamente domani alle ore 11.00, e domenica 8 aprile alle 18.00 per il pubblico adulto.

Uno spettacolo che arriva alla chiusura di un percorso di educazione al bel canto che Dario Ciotoli, in collaborazione con il Campus Internazionale di Musica, porta avanti nelle scuole medie e superiori di Latina e provincia già da quattro anni.

La storia, tipica della Commedia dell’Arte, vede protagonisti due innamorati, Ernesto e Norina, che per coronare il loro amore devono ingannare il vecchio e ricco Don Pasquale con l’aiuto dell’astuto Malatesta. L’opera buffa che Donizetti ha scritto nel 1810, presenta una trama semplice che permette ai protagonisti di mettere in risalto le doti vocali e di attori.

Una realizzazione moderna e divertente che vede in scena oltre a Dario Ciotoli (nel ruolo di Malatesta), Mauro Utzeri (Don Pasquale), Luigi Petroni (Ernesto), Hersi Matmuja (Norina), Alvaro Checchelani (notaio) e Alessandra Cava (la governante). Accanto a loro il coro Il Madrigaletto e un’orchestra (Pierpaolo Erano, flauto, Lamija Talam oboe, Gianmarco Corinto clarinetto, Flavia Di Tomasso e Vincenzo Tedesco I e II violino, Matteo Cuttillo violoncello, Silvia Gentili pianoforte) diretta dal Maestro Nicolò Iucolano.

Alcuni ragazzi del Liceo Manzoni partecipano attivamente allo spettacolo come figuranti in diverse scene, portando allo spettacolo la freschezza tipica della Commedia dell’Arte e una ventata di novità. La messa in scena riporta al giorno d’oggi non solo l’ambientazione della vicenda con l’utilizzo di elementi scenici tecnologici come tablet e cellulari, ma anche la mimica e la fisicità degli interpreti, che risultano divertenti, abili, attuali e nel caso di Norina, anche molto sensuali.

Don Pasquale al Teatro D'Annunzio 

L’incontro con Dario Ciotoli

Parlando con Dario Ciotoli, che con Davide D’Elia cura anche la regia dello spettacolo, possiamo capire meglio alcune dinamiche dello spettacolo e la lavorazione accanto ai ragazzi.

Sebbene sia un’opera molto famosa, cosa deve sapere chi si approccia per la prima volta al Don Pasquale? Quali sono le caratteristiche principali di questa opera buffa?

La caratteristica principale del Don Pasquale è quella di essere legato alla Commedia dell’Arte e alle farse goldoniane. È facile intuire il carattere dei personaggi. Don Pasquale è il classico Pantalone, quindi è l’avido, il tirchio, il brontolone e l’attempato. Norina è la classica Colombina, ossia l’affascinante giovane che fa girare la testa a tutti quanti e usa la sua bellezza per raggiungere i propri scopi. Ernesto è il Pierrot della situazione, ovvero l’innamorato corrisposto ma sfortunato, che canta, o recita, per esternare al pubblico i suoi sentimenti. Malatesta, che nella commedia dell’Arte sarebbe Brighella, è un po’ il factotum, l’intraprendente risolutore di problemi, molto scaltro, che sistemando le cose trae comunque il suo vantaggio.
La cultura italiana ha la Commedia dell’Arte innata, la si può ritrovare in ogni momento della quotidianità perché ormai fa parte del nostro modo di fare ed essere. È come vedere rappresentati a teatro noi stessi, ovviamente attraverso l’amplificazione della messa in scena.

A proposito di Commedia dell’Arte e maschere, mentre nel teatro vogliono dire improvvisazione e canovaccio, nell’opera non è possibile. Come si approcciano questo genere di personaggi e storie?

Anche io mi sono posto il problema: come collegare una realtà rigida come l’opera alla Commedia dell’Arte che nasce da un canovaccio, soprattutto dovendolo presentare nelle scuole. In realtà mi sono divertito tantissimo nel risolvere questo dubbio facendo impersonare ai ragazzi stessi la scena a mio avviso più rappresentativa del Don Pasquale, quando Norina, camuffata da Sofronia, entra a casa di Don Pasquale. I ragazzi si sono divertiti tantissimo e hanno compreso come tutto derivi sempre dall’improvvisazione, anche se l’opera proviene da uno studio rigido e una preparazione preliminare, mi piace pensare che è comunque artigianato, ovvero un qualcosa che sporcandosi le mani piano piano da vita ad altro. Io non davo indicazioni ai ragazzi, solo direttive generali, sono nate scene molto divertenti e totalmente frutto di improvvisazione. In conclusione quello che penso è che la struttura dell’opera è rigida, ma è solo il punto di arrivo. Immagino Donizetti improvvisare le scene, magari nella sua testa, magari con dei colleghi, e che la musica sia intervenuta, in maniera molto naturale a completamento di quest’atto creativo.  È proprio così che si giunge da una disciplina che prevede un’alta preparazione a un qualcosa per tutti. È un concetto molto interessante perché permette all’opera di uscire da quell’aura di museo che di solito l’accompagna.  Contribuisce ad abbattere l’idea per cui se vado a vedere un’opera senza essere preparato non capisco niente. Mi piacerebbe che i ragazzi arrivassero qui senza sapere niente dell’opera e anche senza capire tutto, come è normale che sia, ma rimanere comunque colpiti da qualcosa, trovare da soli qualche tratto interessante che ricorderanno con piacere e desterà il loro interesse.

Come per gli spettacoli precedenti anche questa non è una versione integrale e ci sono diversi tratti moderni, come avete operato i tagli e queste piccole varianti?

L’opera per sua natura ha delle ripetizioni al suo interno. Nell’800 l’ascolto ripetuto delle melodie agevolava la fruizione della musica e permetteva di memorizzarla, oggi non ha più questo scopo. Noi abbiamo operato diversamente perché il nostro intento era raccontare una storia. Non è facile fare tagli perché sembra sempre di snaturare l’opera, è frutto di un lavoro approfondito e anche in questo caso di artigianato che cerca di contenere lo spettacolo in un’ora e mezza andando a limare quel che è ripetuto o troppo lungo.
I tratti moderni rientrano nel nostro intento di avvicinare l’opera al pubblico di oggi. Ovviamente una scenografia classica è più “didattica” ma come avviene con le opere di Shakespeare, che vengono riadattate proprio per l’universalità di ciò che racconta, anche io mi sono permesso, con rispetto, di alterare la sacralità dello spartito, un po’ perché è doveroso non prendersi troppo sul serio e poi perché sono elementi che funzionano, rendono più immediata la comprensione della scena e non la snaturano. E inoltre mi piace che il teatro parli della vita quotidiana nonostante il contrasto della musica tradizionale che irrompe senza sembrare fuori luogo.   

Prosegue il vostro progetto nelle scuole, questo è il quarto spettacolo (dopo la Serva Padrona di Pergolesi, Il Campanello di Donizetti e il Don Giovanni di Mozart) come si è evoluto negli anni?

Il progetto è cresciuto: abbiamo iniziato al teatro del Liceo Classico con la Serva Padrona, uno spettacolo con idee interessanti e dalla gestione molto semplice. Lo abbiamo portato in tutta Europa allestendo la scenografia con due sedie e i normali vestiti che avevamo indosso. Anche la risposta è cresciuta anche come numero, le scuole sono sempre più interessante. Le scuole ci supportano sempre con calore, anche quest’anno nonostante il rinvio dello spettacolo, giustissimo per la sicurezza di tutti (lo spettacolo sarebbe dovuto andare in scena a fine febbraio, ma il teatro non era al momento agibile ndr.), ma che ha portato alcune scuole a disdire la partecipazione per questioni organizzative.
Le lezioni concerto che facciamo in aula, essendo poste come divertissement, piacciono sempre molto ai ragazzi, con loro è un dialogo continuo. Molti ricordano gli incontri degli anni precedenti e mi raccontano su cosa hanno lavorato dopo. Il melodramma è un argomento vastissimo che spesso alle medie viene trattato con un paio di lezioni e alle superiori totalmente ignorato. Purtroppo la musica e il teatro, sebbene siano radicati nella nostra cultura, sono assenti dai programmi scolastici. Il melodramma non è una musica immediata, va capita e se i ragazzi non vengono preparati a una musica diversa da quella che ascoltano ogni giorno, ascolteranno sempre solo tormentoni estivi, che in determinati momenti sono piacevoli ed è giusto che ci siano, ma è un peccato che siano i loro unici ascolti. Il mio sogno è infatti riuscire a coinvolgere più scuole possibile, soprattutto le superiori e a farlo attraverso la pratica, sperimentare in prima persona permette di imparare veramente qualcosa.

Quest’anno sul palco ci sono anche gli studenti. Come è stata questa esperienza? Come è stato lavorare con loro?

Questa esperienza è stata molto bella, soprattutto grazie al supporto di Davide D’Elia il co-regista, che si è preso la responsabilità di gestire le masse, come si dice in gergo, i movimenti di molte persone, dando loro un ruolo, un senso alla loro presenza. È stata una bellissima esperienza anche perché all’inizio non ti aspetti grandi cose, un po’ per l’età e per il tipo di società che viviamo, e invece i ragazzi si sono appassionati ed entusiasmati, non smettendo mai di avere fiducia in noi e collaborando al massimo, rispettando orari duri e sacrifici. Quando a febbraio ho dato loro la notizia dell’annullamento dello spettacolo pensavo che mi avrebbero ritenuto un cialtrone, che ci sarebbero rimasti male, perché avevano speso molte energie nel progetto, e invece non si sono persi d’animo. Quando ho detto loro che si ripartiva con le prove, sono stati tutti pronti a ricominciare, sia i ragazzi che la scuola stessa. Devo ringraziare il Liceo Manzoni per la grande disponibilità dimostrata e la comprensione, spero presto di organizzare un ulteriore incontro con loro per parlare insieme di ciò che ha lasciato questa esperienza.

Per la riuscita di ogni spettacolo devo ringraziare il Maestro Iucolano che riadatta le musiche per un ensemble ridotto, dato che per mancanza di fondi non possiamo avere in scena una intera orchestra. Questa è un’operazione che lui effettua sempre con grande cura e la massima disponibilità, mettendosi al servizio della drammaturgia, cercando un equilibrio tra musica e regia, anche solo per il semplice fatto che cantiamo con le spalle alla direzione e dobbiamo servirci di una telecamerina e un video sul palco grazie al quale possiamo seguire correttamente gli attacchi. Grazie al suo grande lavoro l’insieme è fluido e funzionale. Con lui due violini, un violoncello, un oboe, un flauto ottavino, il pianoforte e il tamburello. I musicisti sono tutti di Latina, tranne una ragazza di Roma, e a questo tengo molto perché i musicisti latinensi sono tanti e molto spesso suonano fuori, è bello offrire loro la possibilità di suonare a casa.
Anche il cast è ormai consolidato, sono amici che hanno realmente sposato la causa. Il disguido di febbraio ne è stata una prova ulteriore, sono tutti professionisti che hanno voluto fare delle prove (che non vengono retribuite), anche quando si pensava che lo spettacolo non si sarebbe più fatto. Tutto il loro supporto e la loro collaborazione è per me un regalo ogni anno del quale non posso che essere enormemente grato.

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