Il Giardino di Mangrovie, produzione pontina incanta il Palladium di Roma

Si sono tenute presso il Teatro Palladium di Roma due repliche de Il Gardino di Mangrovie, una produzione dell'Associazione Villa Fogliano, che dopo il successo riscosso a Latina, va alla conquista, meritata, di nuovi spazi e nuovi estimatori

Forte del successo raggiunto a Latina, venerdì e sabato scorsi è sbarcato nella capitale, presso il Teatro Palladium, lo spettacolo Il Giardino di Mangrovie, trasposizione teatrale del romanzo Il Pensiero Molle di Costante Porfirio dello scrittore pontino d'adozione Renato Gabriele, per la regia di Danilo Proia e la performance attoriale di Elisabetta Femiano ed Emanuele Vezzoli.

In un tempo non indicato, un paese, dietro il quale si può intravedere la città di Latina, a causa di un terremoto si spacca in due: una parte alta dove la vita continua normalmente e una parte bassa che viene nuovamente invasa dalla palude, dove vivono Costante Porfirio e Il Convivente.

Costante Porfirio, interpretato da Emanuele Vezzoli, decide di isolarsi dal mondo per preservare una sorta di purezza di spirito e poter continuare a scrivere poesie e a filosofeggiare senza essere intaccato dalla volgarità e dall’insensibilità del mondo moderno. Il Convivente, che altro non è che il suo alter ego, lo tiene legato in maniera molto sottile “all’altra parte” spronandolo a tornare tra le persone cosiddette normali. Impresa ardua quanto inutile perché ormai Costante Porfirio ha deciso di autoescludersi dal mondo.

Un testo impegnato e impegnativo quello di Renato Gabriele, per lo spettatore come pure per gli attori. Danilo Proia compone una vera e propria partitura di voci e movimenti in cui questo testo complesso e fortemente intellettuale, diventa fisicità: una scena di pochi elementi vissuta in lungo e in largo, accogliendo i due interpreti che danno una prova magistrale di se stessi.

Molteplici cambi di registro, utilizzo specifico di musica e dialetto, alcune frasi fondamentali scandite e ripetute affinché i concetti più difficili siano fissati nella mente dello spettatore, che infine si perde nelle due mirabili interpretazioni.

La dualità è il perno della rappresentazione: due protagonisti, un luogo di vita e un luogo di palude, la razionalità del Convivente e l’irrazionalità di Costante, il presente inerte che si contrappone ai ricordi ancora vivi e pulsanti, l’azione e il pensiero, il dialogo e il silenzio, il desiderio e l’apatia.

La luce che Elisabetta Femiano irradia attraverso un’interpretazione così viva e così reale, che desidera la vita e scalpita per averla, che lotta ogni giorno affinché Costante torni un passetto alla volta alla normalità, si contrappone al buio esistenziale di Costante/Emanuele Vezzoli, fatto di movimenti spezzati, suoni disarticolati, momenti di assenza e altri di profondissime riflessioni.

“Non voglio perdere la capacità di inorridire”: il desiderio di Costante di allontanarsi dalla vita e dalle persone, è quasi un bisogno, un modo di preservare se stesso e la sua arte rispetto alla superficialità e l’approssimazione che lo circonda, alle quali non si vuole arrendere. Come afferma il Convivente lui “è l’uomo delle rinunce”, “è un cancellatore di se stesso”, che osserva la vita passare piuttosto che viverla, che si trascina in un limbo proteso verso il passato attraverso la costante lettura di vecchie lettere e i ricordi.

Uno spettacolo complesso, che va seguito con grande attenzione ma comunque di altissima qualità, che il pubblico romano ha saputo apprezzare.
Una pièce che fa riflette oltre che sul percorso esistenziale che ognuno di noi ha intrapreso, anche su certi aspetti della nostra quotidianità, che ormai sono dati per scontati e sono invece l’origine di molto del malessere che ci circonda.

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