Lunedì, 15 Luglio 2024
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Festa di Santa Maria Goretti, il vescovo sulla violenza contro le donne: “Indignarsi non basta più”

L’omelia di monsignor Crociata durante la messa per la ricorrenza dedicata alla patrona di Latina e dell’Agro pontino nonché della Diocesi

“La prima cosa da dire è che l’indignazione non basta più, meno che mai oggi. La reazione immediata di sdegno rischia perfino, a volte, di bloccare la ricerca di una risposta effettiva ed efficace ai problemi, perché è facile sentirsi appagati della superiorità morale che accompagna la percezione di sé nell’atto di indignarsi. Ma poi anche solo il senso di impotenza di fronte a fenomeni che è difficile immaginare come fermare, induce presto alla giustificazione di sé e alla rassegnazione. La verità è che siamo tutti implicati nel fenomeno di cui parliamo e che impropriamente chiamiamo femminicidio”: è questo uno dei passaggi dell’omelia pronunciata dal vescovo di Latina durante la messa che ieri sera monsignor Mariano Crociata ha presieduto per la festa di Santa Maria Goretti. 

La funzione in onore della patrona di Latina e dell’Agro pontino nonché della Diocesi di Latina, è stata celebrata dal vescovo nella chiesta di Santa Maria Goretti insieme al vicario generale don Enrico Scaccia, al parroco don Anselmo Mazzer e ad altri presbiteri della città. 

Alla messa ha preso parte anche la delegazione del Comune di Latina, guidata dal sindaco Matilde Celentano.

L’omelia 

Di seguito l’omelia del vescovo Mariano Crociata

Non è la prima volta che le pagine e le notizie delle cronache quotidiane riferiscano di uccisioni e violenze nei confronti di donne giovani e meno giovani. Se anche sono già state spunto di riflessione, in occasione della festa di santa Maria Goretti, è opportuno ritornarvi su per provare a fare un passo avanti nella nostra presa di coscienza di credenti e di devoti, e nel nostro impegno di Chiesa e di popolo cristiano. 
La prima cosa da dire è che l’indignazione non basta più, meno che mai oggi. La reazione immediata di sdegno rischia perfino, a volte, di bloccare la ricerca di una risposta effettiva ed efficace ai problemi, perché è facile sentirsi appagati della superiorità morale che accompagna la percezione di sé nell’atto di indignarsi. Ma poi anche solo il senso di impotenza di fronte a fenomeni che è difficile immaginare come fermare, induce presto alla giustificazione di sé e alla rassegnazione. La verità è che siamo tutti implicati nel fenomeno di cui parliamo e che impropriamente chiamiamo femminicidio. 
È impropria questa designazione perché, per quanto si tratti quasi sempre di donne, quei gesti non sono compiuti contro il genere femminile solo perché femminile, contro la categoria delle donne, ma sono atti contro quella donna precisa, con il suo volto, il suo nome, la sua storia con colui che la maltratta e la uccide. Ed è contro di lei perché non ella è come tu vorresti e non si rassegna ad essere un semplice oggetto, un corpo nelle tue mani, e tu non sei capace di gestire le tue emozioni e i tuoi sentimenti, la tua rabbia e le tue delusioni, i tuoi istinti e i tuoi fallimenti, e allora esplodi senza alcun senso del limite e senza alcuna forma di autocontrollo, magari ulteriormente eccitato dall’alcool o da sostanze stupefacenti. Non si può dire che vadano considerati comportamenti da animali, poiché gli animali sono sempre guidati da un istinto che li fa agire in coerenza con le sue caratteristiche naturali ed entro le sue regole. Qui siamo in presenza di un agire privo di criterio e di controllo, risultato di una istintualità senza raziocinio e senza coscienza. 
Come è possibile che siamo arrivati a questo punto? La risposta che trovo è semplice a dirla, difficile a praticarla, perché cambiare mentalità e abitudini richiede tempo e lavoro di formazione e di educazione, su di sé prima che sugli altri, non solo su ragazzi e giovani ma ugualmente anche su noi adulti. Sarebbe un errore pensare che i fenomeni estremi di cui parlano le cronache siano casi isolati, prodotto di ambienti sociali e urbani degradati. Questi aspetti di degrado possono aggravarlo, ma il fenomeno è effetto di una cultura di massa di cui sono vittime potenzialmente tutte le famiglie, quando le famiglie ci sono ancora, e in qualche misura tutti noi. 
Di tale cultura di massa voglio mettere in evidenza un solo aspetto, tra altri che meriterebbero non minore attenzione. Mi riferisco allo spontaneismo educativo. Sì, perché tutti si pensa che per crescere bene un bambino, e poi un ragazzo, gli si debba lasciar fare tutto quello che gli va di fare, ritenendo che con il passare del tempo egli si aggiusterà da sé. Questa tendenza, che è una comprensibile reazione all’autoritarismo educativo del passato, non produce più dei repressi e dei complessati, come poteva avvenire in altri tempi, ma produce invece delle persone prive di autocontrollo, prive di criteri di giudizio morale e di senso della vita come progetto, soprattutto prive di senso di responsabilità e di capacità di relazione, ancor più quando non hanno imparato a capire le emozioni e i comportamenti degli altri, perché non hanno imparato a riconoscere le proprie, di emozioni, e non hanno maturato una minima coscienza di sé, del proprio mondo interiore, del significato e delle conseguenze dei propri comportamenti. Uno scenario, questo, che si fa ancora più grave quando si dà spazio ad un uso sregolato di cellulari e di social, per non parlare delle corse spericolate e delle imprese da incoscienti. 
La cosa grave è che spesso gli adulti sono uguali, adolescenti che si considerano cresciuti solo perché hanno qualche centimetro e qualche chilo in più, e magari qualche capello in meno. I ragazzi e i giovani sono spesso lo specchio di una generazione di adulti falliti, quanto meno come educatori. Una dimostrazione vistosa ne è la difesa per partito preso dei figli di fronte a docenti la cui unica colpa, spesso, è quella di fare con qualche serietà i docenti. So bene che le cose poi, quando si va nei casi specifici, sono sempre più complicati delle nostre generalizzazioni. Ma tutti i casi specifici che vogliamo non riescono a smentire l’andazzo generale a cui ho accennato. 
Vi chiederete come in tutto questo può esserci di aiuto santa Maria Goretti. La prima cosa che ci ella ci permette di capire è che c’è una ignoranza più grave e pericolosa di quella che viene dalla mancata istruzione scolastica. Ci sono fior di laureati che non hanno un minimo senso di umanità e di responsabilità. Cultura è senso della dignità di sé e degli altri, e di ogni altro, capacità di stare in relazione con rispetto e attenzione, disponibilità all’incontro e alla collaborazione. Cultura è capire che la vita non è consumo e divertimento, buttare il tempo e spassarsela: questo è buttare via la vita. E molti, senza accorgersene, hanno e trasmettono questa filosofia di vita, per cui ciò che conta è approfittare di tutto e di tutti senza tenere conto e senza rispettare niente e nessuno. Questa è non solo ignoranza, è incultura, rozzezza e volgarità, disprezzo della propria e altrui dignità umana. 
In Maria Goretti colpisce una delicatezza di coscienza, una finezza interiore, un senso dei valori e dei principi in cui era stata educata, un rispetto per gli altri, per la famiglia, per il lavoro, un precoce senso di responsabilità per la famiglia e i fratelli più piccoli in particolare, un modo di essere, insomma, che non ha avuto bisogno di grandi scuole, perché ha avuto la scuola della famiglia, del lavoro, del servizio e della collaborazione, della fatica e, se necessario, del sacrificio, parole che per alcuni rischiano di apparire oggi quasi una bestemmia. Quando fosse così, saremmo al capovolgimento dell’ordine della realtà. 
Non ho citato il senso della fede e della preghiera di santa Maria Goretti, perché senza quei presupposti umani, come avrebbe potuto attecchire la fede? La fede si sposa sempre con un senso genuino dell’umano, della persona, della sua complessità e integrità, del senso del bene, non solo proprio ma anche degli altri. Ci vuole nobiltà d’animo per essere veramente credenti, ma la nobiltà d’animo non attecchisce tanto nelle case dei nobili, che non ci sono più, ma nelle case dei buoni, dei retti di mente e di cuore, che coltivano giorno per giorno una vita buona, ispirata al senso di Dio, del mistero grande della vita che Egli ci ha donato, del Cristo che non ha esitato a morire per amore nostro.
Avete fatto caso a come spesso i giovani e i meno giovani che si sono resi protagonisti di misfatti così gravi appaiono ridotti a persone inebetite, vuoi dall’alcol o dalla droga, o semplicemente dall’incoscienza? Ma noi non vogliamo accodarci a una umanità inebetita, non vogliamo concorrere a formare una società di ebeti. E per questo guardiamo a Maria Goretti, sicuri che seguendo il suo esempio semplice e serio non perderemo la nostra umanità ma la ritroveremo sempre viva e forte, degna di essere accolta e vissuta per noi stessi, per gli altri e insieme agli altri
”. 

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