Omizzolo: "Il viaggio nel cuore delle agromafie non è ancora finito ma questa battaglia devono combatterla tutti"

Il sociologo pontino autore del libro "Sotto padrone", infiltrato tra i braccianti indiani, traccia nuovi obiettivi contro il caporalato

Marco Omizzolo

Un racconto di dodici anni di lavoro compreso quello da infiltrato nei campi insieme ai braccianti indiani nelle campagne pontine proseguito fino alla regione indiana del Punjab, sulle tracce di un trafficante di esseri umani non soltanto per testimoniare cosa accade ma anche per tracciare una prospettiva per il futuro per queste terre dove il caporalato ha creato nuovi schiavi che vengono picchiati, minacciati, drogati per resistere alla fatica, sottopagati.

C’è tutto questo in ‘Sotto padrone’, il libro del sociologo pontino Marco Omizzolo edito dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: è un lungo viaggio nel cuore delle agromafie, protagonista una popolazione di  uomini e donne che ora, proprio grazie a queste pagine non sono più invisibili ma hanno imparato a lottare, a rivendicare i propri diritti, a denunciare i padroni e i caporali, perfino a scioperare.

“E’ il racconto di un percorso durato dodici anni – ci racconta Marco Omizzolo, insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per la sua coraggiosa opera in difesa della legalità attraverso il contrasto al fenomeno del caporalato – e un messaggio a chi non se ne è accorto per dire che questi braccianti esistono e sono diventati protagonisti di una battaglia importante: non hanno retrocesso di fronte alle minacce ma hanno trovato il coraggio di denunciare, si presentano in Tribunale per testimoniare nei processi contro padroni e caporali, si costituiscono parte civile”.

Insomma niente è più come dodici anni fa…

“Se mi guardo indietro vedo l’enorme salita che abbiamo affrontato io e i miei compagni di viaggio. Ma oggi c’è un nuovo problema perché nelle campagne ci sono molti richiedenti asilo di nazionalità africana che vivono nei centri di prima accoglienza e in alcuni casi forse chi gestisce queste strutture contribuisce in qualche modo al loro sfruttamento. Noi dobbiamo stare all’interno di questa complessità, capire come si sono evoluti il sistema di sfruttamento e le condizioni di lavoro così come va esaminato a fondo il rapporto con la grande distribuzione, in particolare con la struttura più importante che abbiamo sul territorio, il Mof di Fondi. Non possiamo lasciare angoli bui in una terra dove le organizzazioni criminali sono radicate e controllano molte attività economiche”. 

La salita quindi non è ancora finita. In che modo è possibile sconfiggere questo sistema?

“Credo sia necessario – spiega Omizzolo – costruire una grande alleanza tra le forze buone, il sindacato innanzitutto, anche se all’inizio di questa battaglia l’unica presenza registrata era quella della Flai Cgil. Ora qualcosa si sta muovendo ma registro una grande lentezza degli altri attori e questo mi preoccupa perché se andiamo divisi rischiamo di perderla questa battaglia. E poi credo che la parte buona delle imprese, le categorie datoriali, dovrebbero essere al nostro fianco e costruire una grande alleanza, costituirsi parte civile nei processi”.

Come inizia questo 2020?

“Io non mi fermo nonostante le reiterate minacce che mi costringono a dormire in albergo perché la mia casa non è sicura. Sono tornato a lavorare nelle campagne – conclude - perché ci sono ancora molte anomalie nelle aziende agricole e questa è la parte inedita di un nuovo racconto”.

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