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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
Cronaca

Minori, Save The Children: nel Lazio il 9% vive condizioni di povertà relativa

Save The Children diffonde la XII edizione dell'Atlante dell'infanzia a rischio in Italia. Il divario e le disuguaglianze sociali, geografiche ed economiche non riguardano però solo la prima infanzia

Le diseguaglianze e la povertà educativa si sperimentano sin dalla primissima infanzia. Nel Lazio meno di un bambino su 5 (18,8%) usufruisce di asili nido o servizi integrativi per l’infanzia finanziati dai Comuni, un dato al di sopra della media nazionale che si attesta al 14,7%. La spesa media pro capite (per ogni bambino sotto i 3 anni) dei Comuni del Lazio per la prima infanzia è di 1882 euro ciascuno, un dato intermedio se si pensa che in Italia si passa dalla spesa di Trento di 2.481 euro fino ai 149 euro in Calabria. A pochi giorni dalla Giornata mondiale dell'infanzia e dell'adolescenza, Save The Children diffonde la XII edizione dell'Atlante dell'infanzia a rischio in Italia "Il futuro è già qui", denunciando le ampie disuguaglianze economiche, sociali e geografiche in cui vivono i minori e illustrando dati regionali e provinciali. "Da molti anni si dice che l’Italia non è un “paese per bambini”, ma a questo punto, dopo qualche decennio di lento declino, sembra quasi diventato un paese in cui l’infanzia è “a rischio di estinzione” - si legge in una nota dell'organizzazione - Dai tempi del baby boom ad oggi la rotta sembra infatti essersi clamorosamente invertita: una marcia indietro che ha travolto la curva demografica e l’ascensore sociale, sempre più in caduta libera e che rischia di trascinare il futuro delle giovani generazioni e del Paese intero". 

Anche nel Lazio la fotografia dell’infanzia non è delle migliori: quasi un minore su 10 vive in condizioni di povertà relativa. Gli “early school leavers” – cioè ragazzi tra i 18 e i 24 anni che non studiano e non hanno concluso il ciclo d’istruzione - rappresentano nella regione l’11,9% e i Neet - giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non sono inseriti in alcun percorso di formazione - raggiungono la percentuale del 22,4%. In entrambi i casi si tratta di percentuali leggermente inferiori alla media nazionale (rispettivamente 13,1% e 23,3%), ma molto lontane da quelle europee (9,9% e 13,7%). La fotografia scattata da Save The Children al livello nazionale è quella di giovani generazioni su cui non si è investito a sufficienza e che, a causa della pandemia, hanno perso mesi di scuola, hanno sofferto l’isolamento e la perdita di relazioni e a cui è urgente fornire risposte concrete. 

Siamo di fronte ad un domani incerto - spiega Daniela Fatarella, direttrice generale di Save The Children - Da un lato c’è un futuro che rischia di essere compromesso dalla crisi economica, educativa, climatica. Dall’altro sembra esserci la miopia della politica che in questi ultimi decenni non ha investito a sufficienza sul bene più prezioso del nostro paese, l’infanzia. In Italia abbiamo un milione e trecentomila minori in povertà assoluta e la percentuale di Neet più alta d’Europa, con un esercito di giovani che non studia, non cerca lavoro e non si forma. Giovani che non sono messi nelle condizioni di contribuire attivamente allo sviluppo del Paese, senza dimenticare che povertà e assenza di educazione sono il terreno perfetto per attrarre risorse nelle mafie organizzate. Ascoltare le istanze di bambine, bambini e ragazzi è un imperativo - prosegue Fatarella - si aspettano una società diversa e dobbiamo renderli protagonisti di questo cambiamento. Il tempo delle parole è passato e ora bisogna immediatamente impegnarsi in politiche concrete a favore dell’infanzia: i fondi dedicati alla Next Generation sono risorse importanti che possono trasformare le parole in realtà ed è un’occasione che non possiamo perdere”.

Il divario però non riguarda solo la prima infanzia. Anche crescendo le disuguaglianze non spariscono. In Italia infatti solo il 36,3% delle classi della scuola primaria usufruisce del tempo pieno, con forti disparità sul territorio. Guardando alle province del Lazio, Latina si ferma all'11,6%, Frosinone all’11,9%, Viterbo al 15%, Rieti al 38,6%, mentre Roma arriva al 71,1%. Anche per le mense scolastiche, le disparità si notano: in provincia di Frosinone la frequenta il 29,6%, a Latina si scende al 19,4%, a Roma e Rieti si sale rispettivamente al 65,2% e 82,2% e a Viterbo al 31,3%, a fronte di una media nazionale del 56,1%.

 Cali di apprendimento e divari sono evidenti nell’analisi degli ultimi test Invalsi, su cui pesano fortemente i mesi di chiusura delle scuole durante la pandemia. La dispersione implicita, ovvero il mancato raggiungimento del livello sufficiente in tutte le prove, in Italia è in media del 10% nell’ultimo anno delle scuole superiori, con significative variazioni su scala regionale. Nel Lazio, in provincia di Latina la dispersione implicita raggiungeva il 10,9%, in quella di Frosinone il 14,6%, provincia di Rieti il 9,7%, in quella di Roma l’11,2% e nella provincia di Viterbo si attestava al 10,5%.  I dati Invalsi hann inoltre certificato che, se la crisi complessivamente ha colpito tutti gli studenti, le bambine, i bambini e gli adolescenti che erano già in condizione di svantaggio hanno subito le conseguenze più gravi. I punteggi medi dei test in italiano e matematica, evidenziano, infatti, risultati peggiori per i ragazzi che provengono da famiglie di livello socio-economico basso o medio basso, confermando come la dad abbia fatto venire meno l’effetto perequativo della scuola, lasciando indietro gli studenti che per mancanza di strumenti e di aiuto in casa, non sono riusciti a stare al passo col programma.

Le diseguaglianze sociali si traducono non soltanto in mancanza di opportunità educative per milioni di bambini ma anche nell’impossibilità di soddisfare esigenze basilari: già nel 2019 l’indagine Eu-Silc Eurostat certificava in Italia un tasso di povertà alimentare dei bambini tra 1 e 15 anni del 6%. Nel 2020, l’anno della pandemia, i dati sulla spesa delle famiglie con figli minori mostrano differenze notevoli tra quelle più ricche e quelle in condizione di povertà: al Nord la spesa alimentare media mensile di una famiglia benestante era di 913 euro, due volte e mezzo quella di una famiglia del quinto meno abbiente, che spendeva 380 euro. Al Centro la differenza aumenta e nel Mezzogiorno si allarga passando da 1267 euro per le famiglie più abbienti a 442 per quelle più povere. Per il quinto di famiglie più in difficoltà, la spesa alimentare e quella per l’abitazione, incluse le bollette, occupa la gran parte del bilancio familiare, lasciando poco e niente per spese importanti per la cultura, lo sport, la salute e per l’istruzione dei figli. Proprio su queste voci di spesa ‘educative’ e generative la forbice tra famiglie benestanti e in difficoltà si allarga drammaticamente, segnalando anche un possibile divario di offerta territoriale di opportunità legato ai luoghi in cui crescono i bambini, laddove le famiglie più povere sono più concentrate nelle c.d. “periferie educative”.

 

“Con la pandemia i divari nelle opportunità di crescita si sono ampliati, non solo lungo la linea geografica nord sud, ma anche all’interno delle regioni più sviluppate, nelle grandi città come nelle aree interne, spiega Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia- Europa di Save the Children. “Quella descritta dall’Atlante è una geografia dell’infanzia che svela ingiustizie di opportunità, di diritti e di futuro. Il punto di svolta per invertire la rotta è il PNRR, combinato alla nuova programmazione dei fondi europei e alla Child Guarantee, un investimento complessivo sull’infanzia che non ha precedenti dal dopoguerra. Ma se l’impiego di queste risorse sarà volto a rafforzare solo i territori più attrezzati e verrà tutto deciso dall’alto, senza un coinvolgimento delle comunità locali e degli stessi ragazzi e ragazze, il rischio reale è quello di migliorare gli indicatori nazionali senza tuttavia ridurre – anzi aggravando – le disuguaglianze. E’ un rischio concreto, se si considerano i primi bandi sugli asili nido che hanno tagliato fuori molti territori più deprivati. Inoltre gli investimenti nelle infrastrutture previsti dal Piano vanno subito collegati ad un aumento permanente della spesa per i servizi, se non vogliamo trovarci, come già successo in passato, di fronte ad asili nido nuovi di zecca che restano chiusi per mancanza di personale. Occorre fare dunque del PNRR non un insieme di progetti, ma una nuova direzione di marcia per il paese, dove i diritti di tutti i bambini, le bambine e gli adolescenti siano messi al primo posto delle politiche”.  

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