Martedì, 16 Luglio 2024
Cronaca

“Minacce con la pistola e intimidazioni per un debito, i Ciarelli mi hanno rovinato la vita”

Nel processo ‘Puro Sangue’ parla un imprenditore vittima del clan. In un solo anno pagò 85mila euro

Ha raccontato anni di minacce, richieste di denaro, intimidazioni da parte del clan definendoli “i più bui della mia vita”. In aula nel processo ‘Puro Sangue Ciarelli’ che vede sul banco degli imputati Manuel Agresti, Matteo Ciaravino, Carmine Ciarelli detto Porchettone, Antoniogiorgio Ciarelli, Ferdinando Furt Ciarelli, Ferdinando Ciarelli, Pasquale Ciarelli, Rosaria Di Silvio e Ferdinando Ciarelli detto Macu, in una lunga testimonianza un imprenditore di Latina ha ricostruito le modalità di comportamento degli esponenti del gruppo – chiamato a rispondere di estorsione, violenza privata, danneggiamento, usura e lesioni, reati aggravati dal metodo mafioso – con i quali si era pesantemente indebitato per il vizio del gioco.

L’incubo per lui è iniziato nel 2008 anno in cui chiese per la prima volta del denaro a Carmine Ciarelli: la necessità di altri soldi e gli interessi da capogiro hanno fatto il resto visto che, ha spiegato al pubblico ministero della Dda Luigia Spinelli che lo interrogava, “alla fine del primo anno diedi a Carmine 85mila euro poi ne chiesi altri 50mila euro che non riuscii a pagare”. Il denaro lo prendeva dall’attività del padre, una concessionaria di auto di Latina dove lui lavorava, ma i soldi non bastavano mai. E anche quando Carmine era finito in carcere a minacciarlo – una volta anche con una pistola poggiata sul tavolo – erano i parenti: i figli e la moglie. E alla fine il padre dell’imprenditore ha anche venduto alcuni immobili per chiudere i conti con il clan del Pantanaccio.

“Non vivevo più, ho fatto saltare l’azienda di famiglia” ha raccontato in Tribunale. Poi l’incubo ricomincia nel 2020 quando l’imprenditore riceve un messaggio di Carmine Ciarelli Un incubo che però è ricominciato a distanza di anni, nel 2020, quando l’uomo ha ricevuto un messaggio tramite il profilo Facebook “Puro Sangue” creato da Carmine Ciarelli – quello che ha dato il nome all’indagine dei magistrati antimafia – che pretendeva altri soldi, 250mila euro. “Non c’è bisogno che ti cancelli da Facebook tanto ti trovo”.

E sempre via social minacce ai suoi figli e alla sua famiglia. A quel punto l’imprenditore ha deciso di denunciare tutto. La sua è decisamente una testimonianza chiave per il processo che riprenderà il 26 settembre quando saranno ascoltate altre parti offese.

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