Trasfusioni di sangue infetto: risarcimento da 230mila euro per un 60enne di Gaeta

Un procedimento lungo 10 anni fra il primo ed il secondo grado. Nel 1975 gli vennero trasfuse sacche di sangue infette dal vitus HCV dell'epatite C al Dono Svizzero di Formia

Dopo un procedimento lungo 10 anni arriva il risarcimento per un 60enne di Gaeta a cui nel 1975 vennero trasfuse diverse sacche di sangue infette dal vitus HCV dell'epatite C al Dono Svizzero di Formia.

In primo grado la causa è iniziata nel 2008 e terminata nel 2013 con una prima sentenza di condanna del Ministero della Salute da parte del Tribunale di Roma che aveva riconosciuto “la negligenza nella raccolta e nella somministrazione di sangue da parte dei medici dell'ospedale di Formia” e condannato lo Stato a risarcire all'uomo circa 140mila Euro.

Il Ministero della Salute,ha spiegato l’avvocato Renato Mattarelli che ha assistito il 60enne, ha però appellato la sentenza di primo grado “affermando che il diritto al risarcimento si era prescritto poiché erano oramai trascorsi decine di anni dalle trasfusione del 1975 e che comunque al tempo non esistevano i Test per rilevare nei donatori il virus dell'epatite C. Secondo il Ministero in mancanza di tale Test, approntato solo nel 1988 dalla Comunità Scientifica Mondiale, non poteva riconoscersi la colpa dei sanitari del Dono Svizzero e quindi quella del Ministero della Salute poiché non poteva vigilare sull'ospedale formiano su qualcosa che neppure esisteva nel 1975”.

L'uomo di Gaeta, difeso dal legale Mattarelli, si è difeso nel giudizio di appello affermando che “esisteva la responsabilità del Ministero già a metà degli anni ’60”; esisteva vale a dire la possibilità di “escludere il contagio attraverso Test obbligatori nel 1966 che seppur indirettamente avrebbero evitato il contagio se eseguiti: esclusione dalla donazione dei soggetti le cui analisi del sangue indicano la presenza anomala delle transaminasi e cioè di enzimi rilevatori di una sofferenza al fegato per infenzione/infiammazione”.

L'avvocato ha poi aggiunto, con un appello incidentale, che semmai la sentenza del primo grado era ingiusta poiché il risarcimento di 140mila non era proporzionata al danno concretamente subito dal pontino e comunque non calcolato correttamente.

“Così è stato: la sentenza n. 1775 del 21 marzo 2018 della Corte di Appello di Roma ha accolto l'Appello incidentale del 60enne di Gaeta dichiarando errata la sentenza del Tribunale di Roma, che aveva applicato erroneamente i parametri di liquidazione del risarcimento senza tener conto dei principi indicati dalla Suprema Corte di Cassazione in favore delle cd. tabelle di danno del Tribunale di Milano anziché quelle del Tribunale ri Roma. La Corte di Appello ha dato completamente ragione all'uomo di Gaeta rigettando l'appello del Ministero e accogliendo l'appello incidentale condannando il Ministero della Salute a pagare all'uomo non più i 140mila del primo grado ma la somma di 230mila euro”.

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