Processo Alba Pontina, parla il pentito Renato Pugliese: “Così ci siamo presi la politica”

Il figlio di Costantino Di Silvio collegato in videoconferenza con il Tribunale racconta i segreti del clan di Campo Boario

Anni o meglio decenni di gestione criminale del territorio, intimidazioni, estorsioni, usura, traffico di sostanze stupefacenti e anche la politica, con la presa in carico dell’attacchinaggio dei manifesti e la compravendita dei voti per alcuni candidati. Il racconto è quello di Renato Pugliese, ex componente del clan Di Silvio e dal 2017 collaboratore di giustizia, che ieri pomeriggio ha fatto il suo primo ingresso ufficiale nel processo Alba pontina – che vede sul banco degli imputati Armando Lallà Di Silvio e un gruppo di suoi familiari e collaboratori - collegato in videoconferenza con l’aula della Corte di assise del Tribunale di Latina.

E’ un intervento a gamba tesa quello di Pugliese che, in un italiano corretto e senza tentennamenti, rispondendo alle domande del pubblico ministero Luigia Spinelli, racconta la sua vita criminale partendo da quando appena 14enne è stato condannato per la prima volta e poi ancora un’altra e altre ancora raggiunta la maggiore età. Il figlio di Costantino Cha Cha Di Silvio inizia con la guerra tra il gruppo dei Travali e quello di Lallà e poi arriva al 2015, l’anno dell’inchiesta Don’t Touch per la quale il padre finisce in carcere e lui è costretto a “inventarsi qualcosa per il futuro”. Lo fa insieme ad Agostino Riccardo che conosceva bene Pasquale Maietta e propone di buttarsi in politica “perché con quella si fanno i soldi”.  

Il coinvolgimento di Armando Di Silvio serve a liberarsi del gruppo rivale che si occupava dell’attacchinaggio dei manifesti e che non ha la forza per contrastare il boss di Campo Boario. “Ci siamo presi in mano tutta la politica, sia a Latina che a Terracina. La politica è nostra diceva Armando” racconta Pugliese facendo poi i nomi delle formazioni al servizio delle quali hanno messo la loro attività in occasione delle elezioni amministrative del 2016. “A Latina il riferimento era la lista ‘Noi con Salvini’ per la quale trattava con noi Raffaele Del Prete che pagava direttamente per il lavoro, a Terracina quella di Gina Cetrone. I manifesti messi da noi non li toccava nessuno”. I prezzi? L’affissione di 30mila manifesti costava al committente circa 20mila euro.

Due ore di racconto che proseguirà il 10 dicembre, data della prossima udienza. Perché c’è ancora tanto da svelare.

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