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Cronaca

"Puro Sangue Ciarelli", condanne per 15 anni di carcere in abbreviato

La sentenza del gup di Roma per quattro esponenti del clan: 9 anni a Roberto Ciarelli, 2 anni ciascuno a Valentina Travali, Francesco Iannarilli Francesco e Maria Grazia Di Silvio

Si è concluso con quattro condanne il processo con rito abbreviato nato dall’inchiesta “Puro Sangue Ciarelli”. Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma Rosalba Liso ha condannato Roberto Ciarelli, difeso dagli avvocati Amleto Coronella ed Andrea Palmiero, a nove anni di carcere a fronte dei 12 anni richiesti dall’accusa; a due anni Maria Grazia Di Silvio, assistita dall’avvocato Pasquale Cardillo Cupo per la quale erano stati chiesti 6 anni e 7 mesi; a due anni ciascuno Valentina Travali e Francesco Iannarilli, difesi entrambi dall’avvocato Alessia Vita. Anche per questi ultimi la richiesta del pubblico ministero era di 6 anni e sette mesi. I quattro imputati erano chiamati a rispondere a vario titolo di estorsione, truffa, violenza privata, danneggiamento e lesioni, reati aggravati dal metodo mafioso e dalla finalità di agevolazione mafiosa. Un’aggravante quest’ultima che la sentenza odierna ha riconosciuto soltanto a carico di Roberto Ciarelli. 

L'indagine condotta dalla Squadra mobile di Latina e coordinata dal pm della Direzione distrettuale antimafia Luigia Spinelli aveva preso il via dal racconto di alcuni collaboratori di giustizia e aveva portato alla luce gli affari illeciti del clan legati a estorsioni nei confronti di imprenditori, professionisti, commercianti e semplici cittadini, che non avevano mai denunciato per timore di ritorsioni della famiglia criminale. A dare il nome "Purosangue" all’operazione, che a giugno dello scorso anno aveva portato a 15 arresti, il profilo Facebook scoperto dagli investigatori e utilizzato da alcuni esponenti del clan per inviare messaggi e intimidire le vittime. Le indagini hanno infatti permesso di accertare come gli arrestati gestissero attualmente una forma di protezione dei detenuti in carcere pretendendo per questo servizio un pagamento in denaro che metteva al riparo da violenze, minacce e ritorsioni. Numerose anche le estorsioni a carico di alcuni locali della movida a Latina e dei gestori di attività balneari di Terracina.

Nel processo si sono costituiti parte civile il Comune di Latina e l’associazione “Caponnetto”.

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