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Cronaca

"Se non ci date il chiosco scatenerò l'inferno": sotto accusa un'intera famiglia

Nell'ordinanza di custodia cautelare tutte le minacce e le intimidazioni con modalità mafiosa di Maurizio Zof, i figli Alessandro e Fabio e la moglie

Un’intera famiglia impegnata a turbare la gara indetta dal Comune di Latina per l’assegnazione in concessione delle otto piazzole del tratto di lungomare tra Capoportiere e Rio Martino e in maniera tutt’altro che velata.

Al centro dell’inchiesta della Dda che oggi ha portato a cinque arresti Maurizio Zof, i figli Alessandro e Fabio e la moglie Simonetta Gonfiantini - i primi due ai domiciliari anche se Alessandro è detenuto per altra causa, il terzo con obblighi di pg, la quarta indagata – chiamati a rispondere di associazione a delinquere con modalità mafiose e turbata libertà degli incanti. Un’estate di fuoco quella del 2016 la cui stagione balneare è stata caratterizzata da un pesante clima di intimidazioni in seguito alle quali il sindaco Damiano Coletta aveva deciso di presentare un esposto in questura segnalando il pesante clima che si respirava in particolare per la l’area numero 1, quella che era sempre stata del chiosco “Topo beach”.

E già da aprile sul profilo Facebook Ale As Roma di Alessandro Zof sono iniziata a comparire frasi dal contenuto inequivocabilmente intimidatorio. “ Nn se tocca…. Era di mio nonno e di mio padre e sarà mio e di mio fratello. Scombinate questa catena e vi creerò l’inferno” scriveva. E ancora “Non lasceremo mai che gente che non appartiene a noi debba rovinare questa magia”. Da parte loro Maurizio Zof e la moglie all’interno degli uffici comunali dopo avere appreso che l’area numero 1 era stata aggiudicata alla società Pellicola Digitale srl si sono rivolti agli assegnatari minacciandoli: “Non dovevate osare partecipare a questo bando, questo chiosco è nostro perché siamo qui da quaranta anni” una delle frasi utilizzate per poi continuare minacciandoli che se non avessero rinunciato avrebbero mandato dei rumeni a rompergli gli ombrelloni.  Le intimidazioni sono andate avanti anche nei due anni successivi e nei confronti di titolari di altri chioschi del lungomare. A settembre 2018 i due fratelli Zof (Alessandro e Fabio) sono entrati all’interno del quarto chiosco, hanno ordinato al dipendente un amaro con fare minaccioso e poi lo hanno scaraventato a terra. Scena addirittura peggiore al secondo chiosco dove Alessandro ha invitato il cameriere a “riferire al tuo capo che sono uscito dal carcere e non può più fare come c… gli pare. Qua comandiamo noi”. E poi nel febbraio 2020 altre pesanti minacce attraverso messaggi inviati tramite altre persone ai soggetti risultati aggiudicatari provvisori della gara per la gestione del primo chiosco, della casa cantoniera di borgo sabotino e dell’ex tipografia ‘Il Gabbiano’ di viale XVIII Dicembre. L’invito, o meglio la minaccia, era quella di evitare di gestire il chiosco perché “rischiavano ritorsioni a persone o cose anche attraverso incendi dolosi alla struttura”.

Tutti comportamenti, scrive il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Roberto Saulino nell'ordinanza di custodia cautelare, "adottati con l'aggravante di essersi avvalsi della forza di intimidazione promanante dall'appartenza di Alessandro Zof all'associazione a delinquere facente capo a Angelo e Salvatore Travali nell'ambito della quale lo stesso si era reso partecipe di violentissime azioni ritorsive anche con l'uso di armi da sparo".

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